Sisma, crollo di via D’Annunzio: l’impresa era stata scagionata

Nella causa civile è stato assegnato il 100% di responsabilità a Nicola Bianchi per aver dormito in casa Nel processo penale, invece, erano stati assolti il tecnico e la ditta che avevano restaurato il palazzo
L’AQUILA. Una doppia beffa della Giustizia, una ferita che non smette mai di sanguinare. Quella per la morte di Nicola Bianchi, giovane vita spezzata insieme ad altre dodici nel crollo del condominio di via Gabriele D’Annunzio 24, sbriciolatosi nel sisma dell’Aquila. Lui è colpevole di aver dormito in casa in quella maledetta notte tra il 5 e il 6 aprile 2009: lo ha detto la giudice Monica Croci – la stessa del verdetto choc di ottobre sul crollo di via Campo di Fossa che ha assegnato il concorso di colpa a tre vittime – negando il risarcimento ai familiari, con la sentenza civile depositata un anno fa ma resa pubblica dal padre Sergio solo nei giorni scorsi. Mentre nessuno ha pagato, tra costruttori e progettisti, per il crollo stesso: il procedimento penale si è concluso poco meno di sei anni fa con l’assoluzione definitiva.
IL PROCESSO PENALE
Il processo per il crollo della palazzina di via D’Annunzio fu uno dei più grandi e sentiti dopo il sisma. Partito dalle indagini del pm Fabio Picuti, ci cercavano giustizia come parti civili i feriti e i familiari delle 13 vittime: Nicola Bianchi, Marino e Giuliana Tamburro, Stefano Antonini, Giuseppe e Gianna Lippi, Wilma Gasperini, Liberio e Lucilla Muzi, Maria Giuseppa De Nuntiis, Matteo Vannucci, Carmelina Iovine e Marco Santosuosso.
Nel 2014, in primo grado fu condannato a 3 anni e mezzo per omicidio colposo plurimo il progettista dei restauri effettuati nel 2002, Fabrizio Cimino. Per il giudice, infatti, la tragedia si sarebbe potuta evitare se il tecnico avesse accertato le criticità strutturali che aveva il palazzo. Fu invece assolto il titolare dell’impresa che realizzò i lavori, Fernando Melaragno. Tutti coloro che avevano costruito il condominio nel 1961 erano invece già morti. Tutti, tranne uno, Filippo Impacciatore, che era irrintracciabile in Venezuela e questo ostacolò irrimediabilmente il procedimento penale, nonostante una condanna in contumacia.
Nel 2015 la Corte d’Appello dell’Aquila ridusse la condanna a Cimino a un anno e dieci mesi. Le carte, quindi, passarono alla Cassazione. La Suprema corte si espresse nel 2016, annullando la condanna e rispedendo il processo alla Corte d’Appello di Perugia. A prescrizione già intervenuta sul fascicolo, i giudici umbri nel maggio 2017 scagionarono completamente l’ingegnere Cimino, assolvendolo «per non aver commesso il fatto». La tragedia nella tragedia di via D’Annunzio 24 è rimasta quindi senza colpevoli: è la prima beffa.
LA COLPA DELLE VITTIME
Un anno fa l’altra beffa. Nella sentenza civile, come ha riportato l’avvocato della famiglia Bianchi Alessandro Gamberini, la giudice Croci ha scritto che bisogna «che qualunque rassicurazione fosse stata percepita doveva necessariamente venire meno ove l’abitazione avesse presentato segni di danno per le precedenti scosse e/o fosse stata giudicata meritevole di controlli di stabilità». In altre parole, Nicola Bianchi – insieme ad altri nove ragazzi vittime del sisma per cui i familiari erano parti nella stessa causa civile – è responsabile per la sua morte perché avrebbe dovuto uscire di casa viste le precedenti scosse. I familiari hanno fatto ricorso: nonostante tutto, cercheranno ancora giustizia in un’aula di tribunale.
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