Civitella Alfedena

Sorelline scomparse, Bruzzone: «Il suicidio? Lo escludo. Ma temo il rischio abusi»

17 Giugno 2026

La criminologa Roberta Bruzzone analizza il mistero di Sarah e Alisya scomparse dalla casa famiglia di Civitella Alfedena: «Sono scappate con l’aiuto di un adulto, speriamo che non le sfrutti per altri fini»

CIVITELLA ALFEDENA. Tutto lascia presagire a una fuga protetta e non a un suicidio. Speriamo solo che non siano finite in mano a qualcuno che possa sfruttarle in maniera ancora più becera. Come, ad esempio, per sfruttamento sessuale». A dieci giorni dalla scomparsa e in mancanza di elementi solidi, la criminologa, psicologa forense e opinionista tv, Roberta Bruzzone, interviene a Radio il Centro Super Hit sul mistero che, in questi giorni, tiene l’Abruzzo con il fiato sospeso. Il quadro delineato sulla vicenda di Sarah e Alisya Di Giacinto – le sorelle di 12 e 16 anni scomparse nella notte tra il 6 e il 7 giugno scorsi dalla casa famiglia di Civitella Alfedena – si presenta dolceamaro. Se da una parte, infatti, la criminologa si dice «ottimista» sulla sorte delle sorelline escludendo l’ipotesi del suicidio, dall’altra sottolinea il rischio che siano finite in mano «a dei balordi» ipotizzando un complice conosciuto in comunità. Intanto, le segnalazioni ad Avezzano e Fossacesia si rivelano buchi nell’acqua e martedì scorso i carabinieri hanno convocato il fidanzato della maggiore.

Dottoressa Bruzzone, dopo dieci giorni senza tracce, quali sono secondo lei gli scenari più plausibili?

«Credo che sia ipotizzabile, ad oggi, un allontanamento volontario, costruito e progettato con l’ausilio di una figura adulta che ha consentito la fuga dalla struttura e dalla zona e che, in questo momento, sta garantendo alle due ragazzine l’ospitalità. Non penso ci possa essere una lettura alternativa: l’ipotesi del fatto violento non ha alcun tipo di riscontro».

Perché?

«La situazione era piuttosto ingarbugliata sotto molti profili, anche per quanto riguarda il collocamento all’interno della struttura. Ci sono grossi dissidi familiari e le due ragazzine – soprattutto la sedicenne – avevano l’opportunità e le capacità di progettare una fuga con l’ausilio di una figura di riferimento. Per questo conservo ancora un certo ottimismo sullo sviluppo di questa vicenda».

Qui in Abruzzo c’è appena stato il caso della famiglia nel bosco. Non crede che questo tipo di modalità – per cui le famiglie finiscono per farsi giustizia da sole – possa diventare uno schema più frequente in futuro?

«In realtà gli allontanamenti dalle case famiglia non sono un’esperienza rara. Adesso queste vicende hanno raggiunto la ribalta nazionale, quindi per chi non è del settore possono sembrare un elemento molto più significativo di quanto in realtà siano. Anche vero che molti ragazzi si allontanano e rientrano nel domicilio di appartenenza e la situazione non viene divulgata a livello nazionale. Di certo l’aspetto del perdurare dell’assenza di queste due ragazzine e l’apparente estraneità dei genitori rispetto a questo allontanamento è stato finora ritenuto particolarmente intricato».

Si spieghi meglio.

«Sono stati trovati anche dei bigliettini e delle lettere con un linguaggio particolare: la ragazza di sedici anni secondo me era nella condizione di poter progettare una fuga. Ora bisogna capire con chi. Questo è il vero elemento. Se sia qualcuno all’interno del perimetro familiare oppure qualcuno entrato in contatto con lei attraverso le conoscenze fatte in questo periodo di soggiorno presso la struttura. È chiaro che la sorellina più piccola l’ha seguita perché, per lei, la sorella grande è un punto di riferimento. Ma il fatto stesso che abbia portato con sé oggetti di primo consumo come trucchi, vestiti, dice che è una fuga progettata. Speriamo solo non sia finita in mano a qualcuno che possa sfruttarle in maniera ancora più becera».

È un caso che questo fatto avvenga a una settimana di distanza dalla sentenza del Tribunale di Cassino che ha revocato la responsabilità genitoriale alla madre?

«Non credo che possa essere una casualità: questo dato lo ritengo significativo. Tutto questo si concretizza quando la madre perde definitivamente la chance, la prospettiva di potersi ricongiungere con le figlie. È un passaggio che faccio fatica a non considerare».

Però cercano tracce nei laghi di Barrea e Scanno e, questo, fa pensare male. Soprattutto perché sono state rinvenute delle lettere in cui la maggiore esprimeva pensieri molto cupi.

«Sì, la ragazza grande effettivamente aveva un quadro depressivo, ma non deve stupire: è chiaro che su di lei è ripiombato il peso di una situazione molto complessa da gestire. Il collocamento presso una struttura, soprattutto con ragazzi adolescenti, è sempre un evento vissuto in maniera estremamente traumatica. Però le condotte collaterali rispetto all’allontanamento non lascerebbero presupporre un gesto suicidario. Anzi, quel quadro potrebbe anche essere stato utilizzato da chi l’ha aiutata a scappare, proprio perché si è reso conto che la ragazza grande non ce la faceva più a reggere quella situazione e quindi bisognava mettere subito in campo una soluzione. Non credo, francamente, che quella del suicidio sia al momento l’unica pista da considerare. È chiaro che in un contesto del genere bisogna pensarle tutte, e tutte le piste vanno battute. Ma io continuo a pensare che dietro ci sia un progetto di fuga e qualcuno che le sta sostenendo».

Lei ha detto una cosa interessante: per chi non è dentro al settore, queste scomparse non sono così rare. E secondo i dati ogni anno, in Italia, ci sono circa 18mila denunce di scomparsa di minori. Dove si inceppa il sistema in questi casi?

«Partiamo dal presupposto che all’interno di queste strutture c’è un po’ di tutto. Arriva gente che proviene da realtà molto diverse, anche molto lontane culturalmente dalla nostra. Una ragazza di sedici anni in cerca di punti di riferimento, sradicata dalla sua realtà e bisognosa di un punto fermo, può sviluppare un attaccamento o una dipendenza nei confronti di una figura che si accredita come apparentemente protettiva e in grado di aggiustare il tiro di quello che sta succedendo, ma che alla base ha un piano diverso, come lo sfruttamento sessuale. Io mi auguro che non sia così, ma non sarebbe la prima volta».

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