Sottoservizi, si parte Primi scavi l’8 aprile per la rete intelligente

3 Aprile 2015

Il maxi-cantiere itinerante comincerà da via Sallustio Primo stralcio 13 chilometri, tutto l’appalto è di 80 milioni

L’AQUILA. L’8 aprile – mercoledì – tutti a via Sallustio-angolo via dell’Annunziata: si parte col primo scavo. E così anche L’Aquila avrà presto la sua Cloaca Maxima. In due anni. A scanso di equivoci, un reticolo di alta ingegneria del sesto secolo avanti Cristo che oggi, nel terzo millennio, ha la sua naturale evoluzione in quello che – pomposamente – qui, nella sede della Gran Sasso acqua spa circondata di mandorli in fiore, chiamano Smart tunnel. Una galleria scatolare sotterranea polifunzionale che conterrà tutti i servizi di rete «assicurando condizioni di sicurezza, affidabilità di esercizio, facilità di manutenzione e garanzia di durevolezza», come si legge nella nota dell’Asse centrale scarl che ha vinto l’appalto. La Grandissima Fogna – che oltre al centro storico dovrà essere replicata anche nelle frazioni – ricomprende le reti di distribuzione idrica, le fognature, la rete elettrica a bassa e media tensione per l’illuminazione pubblica e privata, il metano, la rete telefonica e quella a fibra ottica del collegamento dati.

FOGNA BIPARTISAN. La questione dei sottoservizi – un appalto da 80 milioni, 38 per il primo stralcio, 13 km con 8mila componenti di cemento armato alti 2,10 metri, lunghi 1,50 e larghi 1,56, del peso di circa 50 tonnellate – sarebbe dovuta essere la prima da affrontare. E invece le ruspe arrivano a bucherellare il centro storico quando già svariati palazzi sono stati ripristinati, e con essi, per un manipolo di resistenti, anche una parvenza di vita normale. Tuttavia, impossibile immaginare una ricostruzione senza una moderna rete di servizi. Lo sa bene chi ci ha lavorato, come Americo Di Benedetto, giovane presidente della Gran Sasso acqua spa (stazione appaltante), il quale – seduto accanto al sindaco Massimo Cialente e all’ingegnere Ares Frassineti direttore tecnico di Acmar – dice non senza una punta di orgoglio che l’azienda da lui guidata ha 80 dipendenti e fattura 13 milioni, quindi «abbiamo fatto un’opera più grande di noi» parlando al passato. Ma l’emozione ci può stare. Il lavoro, in realtà, è tutto da fare. E non sarà facile. L’ultimo nodo, chi paga i by pass per non lasciare a secco le utenze, è stato risolto. La stazione appaltante garantisce: i soldi sono nel quadro economico. Promettono di finire in 2 anni (prime zone piazza Palazzo, via Camponeschi, via degli Scardassieri e via Cavour, ma a maggio primo stop per l’Adunata) i tre componenti dell’associazione d’impresa tra Acmar, Taddei spa ed Edilfrair chiamata Asse centrale scarl. E che il momento sia storico lo si avverte dalla platea bipartisan. Da sinistra a destra, in tanti posano il cappello sull’opera tanto da confondere persino il ruolo di Chiodi commissario da quello di Chiodi politico (vedi a fianco, ndr). Notati, tra gli altri, gli ex sindaci di destra Biagio Tempesta, gli ex democristiani Peppe Placidi ed Enzo Lombardi e l’ex comunista Antonio Centi. E tantissimi tecnici, tra i quali il decano Bruno Martella, pioniere degli acquedotti e, in ultima fila, urbanisti prestati alla politica come Pierluigi Properzi. Accanto a ingegneri più freschi di studi col tablet in una mano e il biglietto da visita nell’altra, ché non si sa mai, visto il clima di eccitazione collettiva tipo banchetto di matrimonio.

LE SPINE. E siccome non c’è rosa senza spine, anche se si parla di fogne, la prima rassicurazione arriva sul fronte del momento storico che stanno affrontando due dei tre soggetti dell’Ati: Taddei e Acmar. Il primo gruppo è presente con la Taddei spa comunque operativa (il fallimento è formalmente della Edimo spa); l’altro ha chiesto il concordato in bianco ma entro giugno si annuncia il piano industriale e «la scarl ha autonomia giuridica», come spiegano i dirigenti. Chi manca, con Taddei, è Gianni Frattale capo di Edilfrair e dei costruttori Ance che «benedice» l’opera da Nizza. «Sono mancato per motivi di lavoro, ma l’opera si fa, eccome. Non si può scherzare, sennò si blocca la città». Di Benedetto annuncia di aver messo da parte i soldi «per un ipotetico risarcimento danni» visto che l’iter dei ricorsi non è concluso. Insomma, si parte. Con Cialente e Di Benedetto (quest’ultimo indicato come suo possibile successore) a proprio agio nel contendersi il ruolo che, sei secoli prima di Cristo, fu di Tarquinio Prisco.

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