Spopolamento e crisi, i guai pre-sisma

11 Marzo 2019

Febbraio 2009: l’analisi dei dati dell’Istat evidenzia segnali negativi che la catastrofe del 6 aprile finirà per peggiorare

L’AQUILA. Domenica 15 febbraio 2009 il Centro, nelle pagine di cronaca regionale, sintetizza, in un articolo a firma del collega Nino Motta, i dati dell’Istat sulla popolazione residente nelle zone interne. I numeri sono “divisi” per comunità montane.
LA DIVISIONE. Nel territorio intorno alla città erano state istituite nel 1976 due comunità montane, la comunità montana Amiternina (che comprendeva i Comuni di Barete, Cagnano Amiterno, Campotosto, Capitignano, Fossa, Lucoli, Montereale, Ocre, Pizzoli, Scoppito, Tornimparte, Villa Sant’Angelo, Sant’Eusanio Forconese) e la comunità montana Campo Imperatore (con i Comuni di Barisciano, Calascio, Capestrano, Caporciano, Carapelle Calvisio, Castel del Monte, Castelvecchio Calvisio, Collepietro, Navelli, Ofena, Poggio Picenze, Prata d’Ansidonia, San Benedetto in Perillis, San Demetrio ne’ Vestini, San Pio delle Camere, Santo Stefano di Sessanio e Villa Santa Lucia degli Abruzzi). Lo scopo delle comunità montane (che sono state soppresse nel 2013 perché molte erano diventate solo carrozzoni politici in cui trionfavano il trasversalismo e l’inciucio) era, da statuto, “eliminazione degli squilibri di natura economica e sociale, valorizzazione delle risorse attuali e potenziali, difesa del suolo e protezione della natura”.
CRATERE SISMICO. I Comuni elencati sopra, dopo il terremoto del 2009, sono entrati tutti a far parte del cratere sismico (significa, quindi, che i centri storici avevano subìto gravi danni). In questi anni post-sisma valanghe di inchiostro e di parole sono state sprecate per ipotizzare un ruolo propositivo e positivo dei cosiddetti centri minori all’interno di un rilancio complessivo delle aree interne (parola magica che riempie i programmi elettorali e poi per cinque anni scompare).
I NUMERI. I dati dell’Istat (riferiti all’anno 2006) ci dicono che quando arriva il terremoto i territori delle due comunità montane erano già morenti. In particolare la popolazione residente nella Amiternina era passata da 32.404 del 1951 ai poco più di 19.000 del 2006, di fatto un quasi dimezzamento se si tiene pure conto che molte residenze sulla carta di fatto erano e sono fittizie. Tanti avevano e hanno casa e lavoro all’Aquila e la residenza nel paesello natio che serve giusto per aizzare qualche rissa familistica quando si va a votare (nei piccoli comuni se sposti 10 voti vai all’assalto del palazzo e se va bene conquisti il “potere” di far costruire una bella fontanella o una veranda davanti casa dell’amico). Nella Campo Imperatore la situazione era ancora più drammatica. I 23.175 abitanti del 1951 nel 2006 erano diventati 7.940. Un tracollo. Le comunità montane (intese come enti) si erano rivelate un flop e il fiume di denaro, che pure era arrivato, spesso era servito più che altro ad alimentare clientele e campanilismi. Era mancata una visione complessiva dei problemi. A causa dei fallimenti oramai sotto gli occhi di tutti le comunità montane sono state abolite.
AREE OMOGENEE. Nel cratere il terremoto (attraverso la legge Barca) ha fatto nascere al loro posto (come strumento politico si intende non come mera sostituzione) le “Aree omogenee” con dei coordinatori. Forse è presto per fare valutazioni sull’efficacia di tali “creazioni”. Siccome però i suonatori hanno sempre gli stessi strumenti (un po’ sgangherati) è difficile che ne venga fuori una gran bella sinfonia. Ma questo lo si vedrà meglio solo fra una decina di anni, al Ventennale. L’Istat, oltre ai dati sulla popolazione, forniva anche quelli relativi al reddito pro capite. E si scopre che nella comunità montana Amiternina il reddito pro capite nel 2006 superava di poco i 12.000 euro, nella Campo Imperatore si era sotto i 12.000 euro annui. Quindi più o meno 1.000 euro al mese. Al netto di furbi, evasori, palazzinari, lavoro nero e quant’altro, la maggioranza delle persone era al limite della soglia della povertà. Se a questo si aggiunge la mancanza di servizi (quelli sanitari in primis), di viabilità adeguata, bilanci comunali asfittici, e il fatto che l’età media di chi era rimasto nei paesi montani era già allora molto alta ecco che l’area aquilana che andava incontro alla catastrofe del terremoto era come uno con la gamba fratturata – che cammina con le stampelle – al quale viene spezzata anche l’altra gamba. Se non si parte dal “prima” è difficile oggi capire come mai a 10 anni dal 6 aprile 2009 la situazione nei piccoli centri del cratere sia tanto drammatica. Certo, ci sono anche due o tre esempi “virtuosi” di rapida ed efficace ricostruzione. E in giro non mancano sindaci illuminati (e pure quelli un po’ spenti) ma è difficile fare la guerra al terremoto se non hai le truppe (giovani soprattutto) e la voglia di combattere. I guai insomma non sono nati alle 3,32 di un giorno da tregenda. Quelli c’erano già tutti. Ora riparare è impresa titanica.
( 6-continua)
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