Stato-mafia, Falcone teste in aula
Procuratore generale al processo di Palermo: io esautorato dal Dap
L’AQUILA. Gli affidarono una sorta di mandato esplorativo per riorganizzare il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nel 1993, chiedendogli di «prendere in mano la situazione», ma poi Giuseppe Falcone, magistrato all’epoca in servizio al ministero della Giustizia, fu esautorato da qualsiasi incarico. E al suo posto vennero nominati Adalberto Capriotti come capo e Francesco Di Maggio come vicecapo del Dap. Così Falcone, ascoltato come teste al processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, ha raccontato i convulsi giorni di 22 anni fa, in cui il ministro della Giustizia dell’epoca, Giovanni Conso, dopo averlo scelto per la sua intransigenza, gli preferì Capriotti e soprattutto Di Maggio, morto nel 1996 e ritenuto dalla Procura di Palermo al centro del delicato meccanismo degli accordi illeciti tra pezzi di Cosa nostra e uomini delle istituzioni per far cessare la stagione delle stragi. Falcone, oggi procuratore generale dell’Aquila, sarebbe dovuto subentrare a Nicolò Amato, la cui inimicizia col presidente della Repubblica dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro, era nota sin da quando quest’ultimo era ministro degli Interni. Gli avvicendamenti al Dipartimento, secondo le tesi dei pm, avrebbero portato al mancato rinnovo per 334 detenuti del regime di carcere duro del 41 bis. Ma proprio di questo aspetto Falcone, che ha risposto alle domande del pm Vittorio Teresi, non ebbe mai a occuparsi. Durò solo tre giorni il mandato affidato al magistrato: «Poi», ha detto Falcone in aula, «Conso mi riconvocò ed era sempre più agitato. Mi disse che si tornava indietro. Non capii mai il senso di quei miei tre giorni al Dap. Di Maggio non aveva esperienza, né aveva i titoli per essere nominato». Il teste ha raccontato anche di avere appreso che monsignor Curioni, capo dei cappellani, anche lui poi deceduto, «ebbe un colloquio con Scalfaro, al quale disse che era meglio evitare la mia nomina per la mia rigidità».

