il sequestro

Sulmona. Lo rapiscono per punire il figlio «Tocca ammazzare il vecchio»

7 Maggio 2026

Anziano legato e minacciato con le armi per 200mila euro spariti durante un acquisto di droga

SULMONA

«Tocca ammazza’ sto vecchio». Quando Manuel Grillà, criminale romano detto Neymar, digita queste parole sul telefono criptato poco prima delle otto del mattino, il destino di Alfredo Le Donne appare segnato. L’uomo, 66 anni, di Sulmona, è sequestrato in una casa al confine tra l’Abruzzo e il Lazio, vicino a Carsoli, sotto la minaccia delle armi. La sua dieta forzata prevede soltanto «acqua e zucchero».

Il giorno precedente tre uomini, appartenenti a una banda vicina al clan Senese (e ritenuta una delle più pericolose di Roma), lo hanno intercettato davanti a un centro estetico della sua città, convincendolo a salire su un’auto con la promessa di farlo parlare con il figlio Massimiliano, all’epoca latitante. Una trappola per trasformare il genitore in un’arma di ricatto. I rapitori vogliono costringerlo a registrare messaggi per piegare il figlio, accusato di aver sottratto all’organizzazione 200.000 euro destinati all’acquisto di almeno 40 chili di hashish in Spagna. Le foto dell’ostaggio legato e con la pistola puntata alla testa viaggiano sui telefoni per terrorizzare Massimiliano, detto Il paesano.

I messaggi inviati dai carcerieri sono espliciti: «Fa la fine del Barone Rosellini, sei ancora a tempo a salvare tuo padre», scrivono, evocando l’omicidio narrato nella serie tv Romanzo Criminale, quello del ricco possidente romano catturato e ucciso dal Libanese. Ma, sette ore dopo la sentenza di morte, i sequestratori di Alfredo Le Donne decidono di rilasciarlo, convinti che l’intimidazione sia bastata per ottenere il pagamento.

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All’alba di ieri, oltre cinque anni dopo i fatti, i carabinieri hanno arrestato i quattro responsabili del sequestro e altre 14 persone: per il solo rapimento, codice penale alla mano, rischiano la condanna da 25 a 30 anni di carcere. Le accuse, contestate dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, includono spedizioni punitive nel carcere di Rebibbia, traffico di droga, estorsioni e tentati omicidi, reati aggravati dal metodo mafioso. Nell’inchiesta risulta indagato, a piede libero, anche Massimiliano Le Donne, 44 anni, per quella partita di droga mai arrivata dalla Spagna. Il gruppo era capace di importare ingenti quantitativi di stupefacenti dall’estero e distribuirli nelle principali piazze di spaccio romane. Un elemento considerato centrale è proprio la vicinanza dei vertici dell’organizzazione al clan Senese, storica realtà criminale legata alla camorra, ritenuta da anni punto di riferimento negli equilibri della malavita cittadina. Un nome, quello dei Senese, emerso anche in recenti vicende giudiziarie e politiche, come le presunte connessioni tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e la famiglia Caroccia, contigua al clan. Le tensioni con gruppi rivali per il controllo delle piazze di spaccio sono sfociate anche in due tentati omicidi nel quartiere Tuscolano, con sparatorie in strada che hanno messo a rischio i passanti. Una faida che, secondo gli investigatori, era ancora in corso: tra il 14 e il 19 aprile di quest’anno i carabinieri hanno sventato almeno cinque ulteriori agguati.

Per ben 16 arrestati è stato disposto il carcere perché, scrive il giudice Ilaria Tarantino nell’ordinanza di 202 pagine, c’è «il rischio che gli indagati possano usare violenza o minaccia al fine di intimidire o condizionare le vittime e i possibili testimoni oculari delle azioni delittuose, inducendoli a rendere una diversa versione dei fatti». Il giudice non esclude che gli stessi indagati, se lasciati liberi, si diano alla fuga, visto che in passato hanno usato «utenze intestate a persone inesistenti e telefoni criptati per potersi muovere in maniera disinvolta, senza essere rintracciati». Non solo: «Hanno molti legami con Paesi esteri, come Spagna e Marocco, nei quali potrebbero trovare rifugio in caso di latitanza. E ciò anche in considerazione della notevole quantità di denaro di cui dispongono».

L’indagine prende forma nel 2023. Il collaboratore di giustizia Fabrizio Capogna riferisce ai magistrati romani quanto appreso durante la detenzione a Rebibbia da Giuliano Cappoli, detto Maverick. Capogna ha visto immagini e messaggi del rapimento conservati in un telefono criptato Sky Ecc. I carabinieri, muniti di un ordine di indagine europeo, acquisiscono i dati dai server francesi della piattaforma, ricostruendo nei minimi dettagli ciò che è accaduto.

Il 16 febbraio 2021 Manuel Grillà e i complici Andrea Contu, Davide Magozzi e Mario Silenti raggiungono Sulmona. Il secondo mostra la pistola che porta con sé. Attendono vicino a un centro estetico e rintracciano la moglie di Alfredo Le Donne per far arrivare il marito. Contu convince l’uomo a salire su una Citroen C1 e a lasciare il telefono per evitare di essere tracciati. Grillà e Magozzi li seguono a bordo di una Porsche Panamera. Oltrepassano il casello di Vicovaro-Mandela e rinchiudono l’ostaggio prima in un’abitazione, poi a sera in un residence. Grillà ordina a Contu di rassicurare la famiglia e rientra a Roma. Gli altri tre restano a guardia dell’uomo.

Nelle ore successive, la pressione sul figlio latitante sale. Grillà invia un audio a Massimiliano: «Ma davero pensavi che tu me potevi fa i sordi? Cesso! Sbrigate a rimannà i sordi, vojo er doppio, vojo 150 chili de fumo, sinnò tu padre more eh. Mo guarda quanno accenni sto telefono che turba che te pija. Ti pensi che te magnavi i sordi mia te?». E ancora: «Me dispiace, un bravo uomo. Quanto piange… Ha finito le lacrime… Un peccato morì a 66 anni per 150mila euro». I commenti tra i rapitori restituiscono la cronaca delle ore di prigionia. Davanti al silenzio del figlio, Grillà decreta la fine: «Tocca ammazza’ sto vecchio, me dispiace pure». Subito dopo, chiede: «Il padre che dice?». Contu riferisce la reazione dell’ostaggio: «Er padre niente, non dice na parola. Jamo detto che lo doveva fa strozzà col biberon. E lui ha detto: lo dovevo ammazzà da piccolo». Poco prima delle tre del pomeriggio, nella convinzione che il Paesano pagherà il dovuto, Contu comunica la liberazione: «Fratè, l’ho lasciato».

Ma i soldi non arrivano. Neymar spedisce allora Contu e due emissari in Spagna per stanare Massimiliano, che lì si fa chiamare Gabriele, usando come base logistica un appartamento di alcuni calabresi. Rintracciano uno degli albanesi coinvolti nel furto dei 200.000 euro, lo sequestrano e lo costringono, sotto la minaccia di un coltello, a farsi condurre dal bersaglio. Ma, poco prima di raggiungere l’obiettivo, qualcosa va storto: l’azione degenera in violenza. Gli uomini di Grillà colpiscono l’albanese e credono di averlo ucciso, sebbene sopravviverà. «Amo dato tipo 5 coltellate, braccia, gambe, da tutte e parti», si vanta Contu in un audio. «Poi troppa gente, siamo dovuti scappà regà, vo giuro su Dio. È morto penso. Sangue da bocca, da tutte e parti».

La banda si scambia messaggi per pianificare il rientro in Italia ed eludere eventuali controlli delle forze dell’ordine. Dopo che i sicari sono tornati da Barcellona, il mandante usa la foto dell’albanese riverso a terra per minacciare nuovamente Massimiliano: «Hai i giorni contati, ti cavo gli occhi con le mani mia. Hai fatto il malandrino co quei due mongoloidi a rubà i sordi, no? Mo arriviamo, bang! Intanto t’amo fatto l’amico tuo, te sei il prossimo. E all’ultimo te faccio patì le pene d’inferno, quanno ma pijo co casa tua. Senti bene, ricordati ste parole».

Il giorno seguente Grillà spedisce l’immagine di una pistola con la frase «Preparate a piagne», accompagnata da uno screenshot di Google Maps con la distanza tra la posizione di un suo complice e il domicilio del Paesano. Il messaggio finale è da brividi: «Se voglio già te faccio uccide, però la soddisfazione me la prendo io».

Ma Manuel Grillà, per fortuna, non è il Libanese di Romanzo Criminale. E Alfredo Le Donne ha evitato la fine del Barone Rosellini, riprendendosi una vita che qualcuno aveva provato a trasformare in una sceneggiatura di sangue.

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