Tasse da restituire: scatterà la rivalsa

31 Gennaio 2018

Rainaldi (Confindustria): «Chi non ha fatto il suo dovere pagherà». Baldi già nel 2015 scrisse alla Camera di commercio

L’AQUILA. «La situazione è veramente drammatica. Con la restituzione delle tasse c’è il rischio che diverse aziende debbano chiudere e altre ridurre il personale. Ma non siamo morti, non ci diamo per vinti: legalmente potremmo essere soccombenti, ma metteremo in atto la rivalsa. Chi non ha fatto ciò che era possibile fare a tempo debito, pagherà il conto».
Ezio Rainaldi è il delegato di Confindustria per la ricostruzione. E siccome la restituzione delle tasse chiesta dal governo italiano dopo la procedura d’infrazione della Ue, è legata proprio ai problemi del terremoto del 6 aprile 2009, è lui uno dei portavoce di questa situazione di enorme difficoltà in cui versano le aziende aquilane. Che sono rappresentate anche, per le medio-piccole, da Massimiliano Mari Fiamma, direttore di Apindustria.
«È questione di qualche giorno, forse di ore, la nomina del commissario che dovrà regolare la restituzione di quel 60% di tasse che, con il decreto del 2011, il governo italiano aveva ridotto alle aziende aquilane che avevano subìto danni dal terremoto del 6 aprile 2009. Danni materiali e immateriali», sostiene Mari Fiamma, «che ora dovremo dimostrare al commissario. Siamo rimasti soli in questa battaglia contro la restituzione delle tasse e dovremo tirare fuori i soldi per presentare i ricorsi. La politica ha fatto la sua parte, ma ad un certo punto, dopo che si è data un gran da fare, si è dovuta arrendere. Le colpe sono da ricercare nel governo», sottolinea Mari Fiamma, «ma non in quello Renzi, bensì in quelli Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni: nessuno di loro ha fatto nulla quando andava fatto. Ora ogni azienda preparerà il suo ricorso – quando ci sarà il decreto di nomina del commissario – e vedremo come andrà a finire».
«Secondo me la partita è ancora da aprire», sottolinea Ezio Rainaldi, «perché se è vero che potremmo essere perdenti dal punto di vista legale, è altrettanto vero che metteremo la situazione in mano ai nostri tecnici che esamineranno passo dopo passo tutto quello che è stato fatto, ma soprattutto che non è stato fatto, dai politici, dai funzionari ministeriali, dalla Camera di commercio, che per un periodo ha preso in mano la situazione. Insomma, tutta la politica, gli enti e le istituzioni coinvolte, che in questi ultimi sette hanno prodotto zero assoluto. Se saremo costretti a pagare ciò che ci impone il governo, al quale a sua volta lo ha imposto la Ue con la procedura di infrazione, ci sarà un atto di rivalsa da parte nostra nei confronti di chi non ha fatto il proprio dovere».
Ma il fatto più grave, secondo Rainaldi, è che «se saremo costretti a pagare, molte aziende dovranno chiudere o, nella migliore delle ipotesi, operare drastiche riduzioni di personale. E anche in questo caso senza alcun interesse da parte del governo. Cosa vuoi che interessi a Roma e all’Italia di 30 aziende che chiudono. Il problema», conclude Ezio Rainaldi, «è sempre stato esclusivamente di natura politica. Il governo Gentiloni ha rinviato la questione al nuovo governo che scaturirà dalle elezioni di marzo: ma perché lui non ci ha pensato a risolvere la situazione?».
L’Ance, con il presidente Ettore Barattelli, sta preparando un dossier, perché potrebbero essere dieci, o anche di più, le imprese coinvolte, che dovranno restituire una decina di milioni.
«Il pasticcio l’hanno combinato, allora, tra Regione e governo», dice Agostino Del Re (Cna), all’epoca, nel 2013, vicepresidente della Camera di commercio, che diede l’incarico al professor Eugenio Baldi di districare la matassa. Ma anche quello fu un buco nell’acqua. E Baldi lo mise nero su bianco, in una lettera inviata via e-mail alla direttrice della Camera di commercio, Fausta Emilia Clementi, nella quale sostanzialmente l’esperto diceva che c’era nulla o poco da fare per evitare la restituzione.
«Ora speriamo nel commissario, che dovrà capire che si è trattato di un danno derivante dal terremoto e bisognava andare in deroga», conclude Del Re. «Questa è una situazione dovuta alla mancanza di notifica, o di notifiche fatte in ritardo, da parte della Regione».
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