Tordera ai vertici della Asl È già partita la contraerea
La scelta di D’Alfonso non piace a chi puntava alla nomina di parenti o amici In queste ore in tanti stanno cercando di dissuadere il presidente della giunta
L’AQUILA. Ieri mattina qualche cultore dell’Aquilanità senza se e senza ma, leggendo sul Centro la notizia della decisione del presidente della giunta regionale Luciano D’Alfonso di nominare Rinaldo Tordera ai vertici della Asl provinciale avrà detto fra sè e sè: ri-esso quissu. E già, perché Tordera non è venuto alla luce sotto i Portici dell’Aquila, è nato 59 anni fa a Vigevano (Pavia), ha studiato a Genova ed è piombato in Abruzzo nel 1999, a 42 anni, quando la Bper acquisì la maggioranza dell’allora Carispaq e lo nominò direttore generale. Tordera fu incaricato di dare una raddrizzata a una banca che era diventata un grosso centro di potere dove si faceva credito agli amici degli amici e magari si tirava il collo a qualche artigiano di buona volontà. La Carispaq con Tordera divenne anche un punto di riferimento per la cultura cittadina, nacque la figura dell’addetto stampa, le attività dell’istituto di credito divennero più trasparenti (fino ad allora i giornali potevano solo parlare bene della Carispaq altrimenti la querela – a ragione o a torto – era sempre dietro l’angolo).
Ma in realtà quel “padano” non è stato mai digerito fino in fondo da chi preferiva tenere la città sotto lo scacco di poche e influenti famiglie che allora come ora non gradiscono intromissioni nei piccoli e grandi affari da consumarsi all’ombra dei bei palazzi del centro storico.
E nel 2011 quando un’inchiesta (il caso Lande) coinvolse la filiale Carispaq di Roma i suoi finti e influenti amici aquilani ci misero il “carico da 90” per farlo fuori. Ufficialmente fu una risoluzione consensuale del contratto ma in realtà fu cacciato nonostante che nella vicenda Lande, come in altre in cui il suo nome è stato fatto in maniera incidentale (caso sanità regionale e caso cricca della ricostruzione), Tordera non ha mai ricevuto avvisi di garanzia.
Ieri mattina in alcuni ambienti cittadini (dalle vecchie cariatidi della politica fino ai giovani rampanti e nuovisti ma pronti a piazzare alla Asl parenti e amici) l’annunciata nomina di Tordera ha creato scompiglio tanto che anche in queste ore – fino a quando la nomina non sarà messa nero su bianco – in tanti si stanno agitando per convincere D’Alfonso a ripensarci. E chissà che non ci riescano.
Tordera dopo essere stato cacciato dalla Carispaq fu tentato di lasciare L’Aquila, poi decise di restare.
Ha dato una mano ai promotori di una banca locale, ha messo a disposizione le sue capacità in imprese private fino a quando, un paio di anni fa, il sindaco Massimo Cialente lo ha chiamato ai vertici dell’Asm (azienda che si occupa in città dell’igiene urbana). E tutto sommato la scelta di nominare Tordera alla Asl è a suo modo un’altra piccola “vittoria” del sindaco che, al netto del suo sterminato narcisismo e della sua autoreferenzialità a volte patetica, si erge a “gigante” in un panorama politico cittadino in cui il piattume e la banalità la fanno da padrone.
Vedremo, dalla decisione ufficiale che fra oggi e l’inizio della prossima settimana prenderà la giunta regionale se l’Aquilanità di latta (celebre definizione di Attilio Cecchini) o la massoneria alla porchetta (frase arcinota di Raffaele Colapietra) avranno o meno la meglio.
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