Travolse un motociclista, l’accusa: leggeva messaggi mentre guidava

Nello schianto perse la vita il 66enne Colaberardino, la donna rischia il processo per omicidio stradale Per il pm non diede la precedenza all’incrocio, usava Whatsapp. Ma l’uomo non indossava bene il casco
SULMONA. Era alla guida della sua auto, ma mandava e leggeva messaggi tramite Whatsapp. E in un incrocio lungo la statale 5, in quel tragico 25 luglio dell’anno scorso, non si accorse del motociclista 66enne di Raiano Maurizio Colaberardino che arrivava dall’altra parte in sella a una Suzuki. Lo travolse e lo uccise. È questa l’accusa che il pm Edoardo Mariotti ha avanzato nei confronti di una donna di Vittorito, F.R., a cui ha inviato l’avviso di conclusione delle indagini. Difesa dall’avvocato Gianluca Museo, ora l’automobilista rischia il processo per omicidio stradale.
LA PRECEDENZA NON DATA
e lo schianto mortale
Nell’atto, il pm ricostruisce innanzitutto l’incidente stradale. Erano le 13.20, quando la donna, procedendo lungo la statale 5 nel territorio di Raiano e in direzione di Corfinio, raggiunse il bivio per Vittorito. «Dopo aver impegnato l’incrocio, non si avvedeva del sopraggiungere del motociclista che si stava dirigendo verso Raiano», scrive il pm, spiegando come un lato della Dacia Sandero della donna urtò la moto al centro della strada, facendola cadere a terra. Il volo del motociclista si fermò solo sette metri più avanti. Troppo violento l’impatto con l’asfalto: l’uomo morì poche ore dopo all’ospedale San Salvatore dell’Aquila per i gravi traumi riportati in varie parti del corpo. Anche perché, secondo il magistrato che gli ha assegnato il concorso di colpa, lui «non aveva correttamente indossato il casco protettivo, che veniva ritrovato a circa trenta metri dal corpo».
La prima accusa che il pm rivolge all’automobilista, quindi, è quella di «non aver ceduto la doverosa precedenza al sopraggiungere del motociclo e nell’aver iniziato una manovra di svolta a sinistra senza accertarsi che tale manovra potesse essere effettuata in sicurezza». La seconda è quella di «non aver arrestato per tempo il veicolo nel caso di ostacolo prevedibile».
IL TELEFONO IN MANO
E LA PERIZIA
E poi c’è la terza accusa: quella di essere al telefono. La perizia sullo smarthpone della donna, citata e riassunta dal pm nell’avviso di conclusione delle indagini, ha ricostruito come in quei tragici istanti l’automobilista stesse comunicando tramite Whatsapp. La ricostruzione è estremamente dettagliata, segno che le analisi hanno potuto appurare con precisione cosa stesse facendo. Come detto, lo schianto è avvenuto intorno alle ore 13.20 e secondo l’accusa la donna stava utilizzando «il proprio dispositivo cellulare alla guida manualmente inviando un messaggio vocale Whatsapp della durata di due minuti e 41 secondi alle ore 13.18, nonché leggendo i messaggi scritti dalle ore 13.19 alle ore 13.22».
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