Trovato morto un militare ai domiciliari per violenza

Era dell’Aquilano e aveva 38 anni: accusato da due badanti contattate sul web
L’AQUILA. Il peso insostenibile di accuse che ha respinto con tutte le sue forze e un biglietto di addio. Sono stati questi gli ultimi istanti di vita di Pierluigi D’Alfonso, 38 anni, caporal maggiore scelto dei bersaglieri in servizio a Pordenone. Lo hanno trovato morto ieri mattina nel garage della sua abitazione a Casarsa, centro friulano di quasi 8.500 abitanti dove si era trasferito per seguire la carriera militare. D’Alfonso era arrivato da Prata d’Ansidonia, minuscolo paese della provincia aquilana, seguendo sogni e aspirazioni spezzati proprio all’inizio di un nuovo anno carico di speranze. Il militare avrebbe dovuto presentarsi in mattinata alla caserma dei carabinieri per assolvere all’obbligo di firma per la vicenda giudiziaria nella quale era coinvolto, ma lì ieri nessuno l’ha visto. Le ricerche, scattate immediatamente dopo il mancato adempimento, hanno portato nella sua abitazione, dove è stata fatta la tragica scoperta. I carabinieri hanno trovato il suo corpo senza vita e un breve di messaggio di commiato rivolto ai commilitoni.
Nessuna ipotesi viene esclusa dagli investigatori sulle cause della sua morte, ma quel biglietto e il turbine che ha travolto l’esistenza del caporal maggiore nelle ultime settimane rendono concreta la possibilità che si sia trattato di un gesto disperato. D’Alfonso era sottoposto all’obbligo di firma perché finito agli arresti domiciliari poco prima di Natale in seguito alle accuse mossegli da due donne. Entrambe, una di 44 anni e l’altra di 60, hanno raccontato ai militari dell’Arma di episodi di violenza subiti da parte del graduato dei bersaglieri. Hanno riferito di un falso nome utilizzato su un sito di annunci con il quale il caporal maggiore, riconosciuto poi in foto, le aveva contattate rispondendo ai loro annunci di offerta di lavoro come badanti.
Stando alle accuse, confermate dalla Procura di Pordenone che ha avviato l’inchiesta sulle segnalazioni delle donne coinvolte, la necessità di assistenza per una parente malata o di aiuto nelle faccende domestiche erano le scuse per ottenere l’incontro e compiere atti di sessuali davanti a loro. A D’Alfonso sono stati così contestati due episodi distinti. Il primo risale a fine novembre e stando alla ricostruzione dei fatti fornita dagli investigatori sarebbe avvenuto nell’abitazione del caporal maggiore scelto. Qui, dopo aver in un primo momento illustrato alla donna, contattata tramite l’annuncio, l’esigenza di aiuto per le pulizie in casa, avrebbe posto in essere atti di autoerotismo tentando anche di coinvolgere l’interlocutrice che, però, sarebbe riuscita a sfuggire alle sue attenzioni. L’altro episodio che era contestato al militare faceva riferimento ai primi di dicembre, quando nell’abitazione di D’Alfonso si è presentata l’altra accusatrice contattata tramite l’annuncio sul sito internet.
La scena, raccontata dalla donna, è stata simile a quella del precedente episodio: solo che in questo caso lei non sarebbe riuscita a sottrarsi. Nei confronti di quest’ultimo, dunque, la procura diretta da Raffaele Tito ha fatto scattare le accuse di violenza sessuale e anche di sequestro di persona. Contestazioni che, però, D’Alfonso ha sempre respinto con estrema decisione, ritenendole del tutto prive di fondamento. L’arresto domiciliare con obbligo di firma era la misura cautelare disposta nei suoi confronti in attesa che si chiarisse la vicenda in cui si era ritrovato. Il dolore, però, è stato più forte della convinzione di uscirne pulito.
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