Truffa e usura, in 23 finiscono a processo

Attraverso due aziende inesistenti ottenevano finanziamenti da reinvestire in prestiti a strozzo
SULMONA. Avevano messo su due aziende fittizie per chiedere finanziamenti da reinvestire sul “mercato” dell’usura. Un giro di centinaia di migliaia di euro con cui tenevano sotto scacco persone in stato di bisogno che si erano rivolte a questi personaggi per ottenere somme di denaro da restituire con interessi usurai. Ieri mattina, 23 persone, in maggior parte residenti in Valle Peligna, sono finite davanti al giudice per le udienze preliminari per rispondere, a vario titolo, di usura, estorsione, falsità ideologica, sostituzione di persona e associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Si tratta di Cesare Mariani di Raiano, Mario Di Rosa, Sonia Di Rosa, Bruno Spinelli, Luigino Di Rosa, Pasquale Di Rosa (28 anni), Alessandro La Civita, Dino Ferrante, Roberto Terrasi, Alessio Mancinelli, Luigi Domenico Camera, Federica Morelli, Nino Verrocchi e Lucia D’Amato, tutti di Sulmona; Pasquale Di Rosa, 52 anni di Montesilvano, Costantino Lucarelli, Pierpaolo D’Annolfi, Luigi Morelli, Gaspare Scognamiglio, Vincenzo Ennio Cotardo, tutti e cinque di Avezzano, Fabio Di Bernardo di Pettorano sul Gizio, Davide Lo Stracco di Pratola Peligna, Adriano Sonsini di Chieti, Fabrizio Trotta di Perano e Rinaldo Francani. Dopo aver ascoltato le parti, il gup del Tribunale di Sulmona, Marta Sarnelli ha rinviato tutti a giudizio tranne Cotardo e Camera, i quali nel frattempo sono deceduti. Tutto è partito nel 2015, dalla denuncia di un imprenditore di Sulmona sottoposto ad estorsione da uno degli imputati.
Dagli accertamenti dei carabinieri è emerso che una famiglia di origine rom, la cui attività principale era il prestito di soldi con tassi che raggiungevano mensilmente anche il 54%, aveva fatto il salto di qualità creando un diabolico sistema economico che ruotava intorno a due aziende con capitale sociale e con dipendenti, tutti fittizi, reperiti nel mondo della tossicodipendenza locale. Il sodalizio criminale è riuscito ad ottenere prestiti da finanziarie e banche attivando la procedura della cessione del quinto dello stipendio a carico dei dipendenti, tutti conniventi, per un ammontare di circa 600.000 euro. Per evitare che scattassero subito i controlli, l’associazione criminale, ha onorato le prime rate dando modo alla società di prendere tempo e conseguire altro capitale, con la medesima tecnica. La prima udienza del processo si terrà il 13 giugno. (c.l.)
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