Turismo e commercio in ginocchio «Abbiamo prosciugato i risparmi»

19 Marzo 2021

Protestano ristoratori, albergatori, baristi e organizzatori di eventi: questo è il momento peggiore Lo sfogo amaro: «Rimborsi insufficienti, alcuni di noi costretti a chiedere soldi ai genitori»

L’AQUILA. La speranza nel futuro scema, di giorno in giorno. I risparmi si assottigliano, i conti vanno in rosso. Per albergatori, ristoratori e gestori di bar e attività turistiche è il momento più buio. A un anno dall’inizio della pandemia nulla è cambiato.
Il dramma economico si consuma in un’alternanza di zone rosse, arancioni e gialle che impedisce ogni tipo di programmazione. Con le attività chiuse da mesi, in molti hanno attinto alle riserve accantonate in anni di duro lavoro. Qualcuno ha bussato alla porta dei genitori, per far fronte alle spese vive. Sono le storie dell’Aquila che prova a resistere, ma è allo stremo. In una città che porta ancora in segni del terremoto, chiamata ancora una volta a reagire. I ristori dello Stato, o sostegni secondo l’ultima dicitura del decreto, da soli non bastano.
Gli imprenditori del turismo chiedono «la tutela del diritto al lavoro», vogliono rialzare le saracinesche, tornare dietro i banconi, servire ai tavoli e accogliere la clientela. Scene di ordinaria normalità, che sembrano lontane anni luce.
«Siamo allo stremo», il grido di dolore di chi sta perdendo, lentamente, la speranza.
IL RISTORATORE. Giorgio Carissimi è il titolare dell’Osteria da Giorgione. «Nel 2020 ho perso il 50% del fatturato», dice, «la situazione è drammatica perché non ci fanno lavorare. L’asporto? Un’operazione a perdere, che non consente di coprire neppure le spese. Si fa qualcosa solo nel fine settimana e per mantenere i prodotti freschi è necessario riempire la dispensa quotidianamente. In queste condizioni è meglio restare chiusi». E così ha fatto, Giorgione. Giù la saracinesca, fino a data da destinarsi. «Neppure il credito di imposta è spendibile», afferma, «in quanto non esiste un decreto legge che consente alle banche di scontarlo. Vogliamo riaprire, con un protocollo serio. Abbiamo un costo mensile di 185 euro a dipendente, tra tasse e accantonamento per il Tfr, nonostante la cassa integrazione. Siamo alla fame».
L’ALBERGATORE. Fatturato dimezzato, lo scorso anno, anche per l’hotel Federico II. Il direttore, Roberto Laglia, ha deciso di chiudere la struttura fino ad aprile. «Con il blocco degli spostamenti tra regioni e le varie zone rosse è impossibile lavorare». La speranza è nell’estate «quando, ci auguriamo, possa esserci una ripresa. I dipendenti in cassa integrazione ricevono il sussidio ogni tre mesi, la situazione è complessa e lo Stato non sta facendo il buon padre di famiglia. Se il sistema non verrà modificato, ci saranno proteste eclatanti».
IL GELATAIO. «Il primo lockdown lo abbiamo ammortizzato in estate», spiega Francesco Dioletta, titolare della gelateria Duomo, «ma adesso siamo completamente bloccati. Lavoriamo a singhiozzo, con pochissimi incassi, assolutamente insufficienti a sostenere le spese di gestione. Siamo preoccupati anche per la stagione estiva. Solo con l’asporto non si può andare avanti: è penalizzante e le uscite sono troppe».
L’ORGANIZZATORE DI EVENTI. «Un disastro totale», lo definisce Igor Antonelli, che si occupa di servizi per il turismo e ha due B&B. «Il settore turistico, fermo da ottobre scorso, è stato demonizzato. Abbiamo esaurito tutte le nostre risorse, costretti persino a chiedere una mano ai genitori. Chi aveva fatto investimenti, non ha più nulla. Neppure i soldi per fare la spesa. Vogliamo esercitare il diritto al lavoro che ci è stato negato».
LA BARISTA. In piazza Duomo, nel cuore della città, non gira neppure un’anima. Lo sa bene Natalia Nurzia, che ha riaperto il suo storico locale il 23 agosto scorso. «Questo è il momento più duro dall’inizio dell’emergenza sanitaria», afferma, «la situazione è pesantissima. I ristori dello scorso anno sono arrivati, ma non sono davvero sufficienti. Lasciateci lavorare: chiediamo solo questo».
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