«Un cronista autentico, di razza»

Un collega: si può dire che abbia iniziato quando aveva ancora i calzoni corti
di Walter Tortoreto*
Intorno agli anni Settanta dello scorso secolo, la redazione aquilana del Tempo fu una fucina assai viva e operosa. Sotto la guida vigile e moderata, ma anche intelligente, di un giornalista di lungo corso come . Enrico Carli, nelle stanze del quotidiano si alternavano giovani e giovanissimi aspiranti giornalisti poi diventati professionisti di valore come Umberto Villante, oggi notissimo scienziato di caratura internazionale, o come Bruno Vespa, oggi uno dei volti più noti del giornalismo televisivo. Bruno aveva – si può dire – i calzoncini corti quando cominciò a scrivere i suoi articoli nella cronaca aquilana e Carli, che non aveva figli, lo seguiva con la trepidazione e l’affetto di un padre. Benché non partecipassi con regolarità all’attività redazionale, perché avevo i miei impegni all’Università, ero spesso presente nella sede del giornale, prima di fronte al noto ristorante delle Tre Marie e successivamente non lontano da piazza del Teatro. Collaboravo assiduamente perché Carli m’impegnava a seguire gli avvenimenti culturali soprattutto come un esperto di musica. Del resto, in città ero l’unico pubblicista con alle spalle studi musicali e la caratura internazionale dell’attività della Società aquilana dei concerti esigeva una competenza specifica assente tra i miei colleghi della carta stampata. Bruno aveva il bernoccolo del giornalista e l’ambizione di fare carriera in un mestiere che gli piaceva e sembrava fatto per lui. L’aspetto più vistoso della sua attività, se ricordo bene, era la capacità di afferrare subito l’essenza di una questione o di un avvenimento e di saperla raccontare quasi sempre con estrema semplicità. Nelle cronache per Rai-Pescara che gli aveva delegato Carli, inizialmente titolare, Vespa usava un linguaggio corretto ma semplificato sotto il profilo sintattico, forse improprio se avesse dovuto trattare vicende artistiche, ma di rara efficacia nei resoconti di cronaca. Mi sembrava nato cronista e, in realtà, tra i cronisti per me era il migliore, sia sulla carta stampata, sia nelle cronache radiotelevisive. La carriera importante che ha fatto è del tutto meritata e credo che sarebbe stata una perdita per il giornalismo italiano se Bruno fosse rimasto impigliato nelle vicende di provincia, sempre un po’ piccole, benché non per questo meno importanti o meno generose.
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