Veglia e rintocchi alle 3,32 con i familiari delle vittime

7 Aprile 2019

Nella piazza semivuota solo il rumore dei mezzi che ripuliscono la cera delle fiaccole Il cardinale scrive un dialogo immaginario tra chi non ce l’ha fatta e i sopravvissuti

L’AQUILA. Quando si spegne anche l’ultima fiaccola, affogata nei secchi blu con l’acqua, e nell’aria comincia a intravedersi un barlume di alba, piazza Duomo è ormai semivuota. Ma va bene così. Non essendo uno spettacolo, né un casting, non è il numero che rende più o meno significativo l’ultimo atto della notte più lunga della storia della città che si consegna al giorno che incalza. Quel giorno, il giorno dopo, non lo videro 309 persone. È per loro che quella campana suona alle 3,32. A dire il vero, da un po’ di anni a questa parte i rintocchi vengono diffusi anche all’arrivo della fiaccolata, con la piazza ancora piena per l’appello dei nomi. Ma è alle 3,32 di ogni 6 aprile che piazza Duomo diventa un tempio a cielo aperto. Religioso per chi crede e assiste alla veglia di preghiera, per la prima volta nella rinata chiesa delle Anime Sante. Laico per chi, tra una sigaretta e l’altra, aspetta seduto sotto i lampioni l’arrivo dell’ora. Unico rumore i mezzi che tolgono la cera dal piazzale.
LA VEGLIA. Le meditazioni, scelte dagli scritti di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, pastore scomodo scomparso nel 1993, toccano temi di grande attualità. Sembrano essere state scritte stanotte stessa. Come quando si chiede alla Madonna di «alleggerire le pene di tutte le vittime dei soprusi, confortare il pianto nascosto di tante donne che, nell’intimità della casa, vengono sistematicamente oppresse dalla prepotenza del maschio». E più avanti, quando si parla delle «madri-coraggio che scuotono l’omertà di tanti complici silenzi» il pensiero non può che andare alla mamma di Vasileios, per gli amici Vasilis, rimasto a 28 anni sotto le macerie di via Campo di Fossa. Era quasi ingegnere, ma non ha fatto in tempo a progettare nulla. Dall’isola di Salamina, come ogni anno, la mamma è qui per gridare la sua voglia di giustizia. «Chiedo la punizione di qualsiasi responsabile di questo danno, di questa catastrofe. Voglio mio figlio indietro, voglio una giustizia vera per via Campo di Fossa. Basta». Affacciata alla balconata che dà su piazzale Paoli, in un grido accorato: «Agapimu, agapimu» («Amore mio»), la donna guarda nel buio perché, fa notare una sua connazionale, su quel buco nero che dovrebbe essere lo spazio della memoria non c’è neppure un lampione. Prova a mettere in comunicazione i sopravvissuti con chi non ce l’ha fatta il cardinale Giuseppe Petrocchi. Nell’omelia della messa legge una lettera. Un dialogo immaginario nel quale le vittime consolano e incoraggiano chi è rimasto quaggiù.
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