Il pane rozzo che conquistò D’Annunzio

Nato dall'umile pane di granturco dei contadini abruzzesi, il Parrozzo di Luigi D'Amico divenne in pochi anni un dolce nazionale, complice un poeta e un madrigale in dialetto.
«Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori.» Le parole incise sul fregio del Palazzo della Civiltà Italiana all'EUR restituiscono l'immagine di un popolo che ha saputo attraversare i secoli lasciando tracce indelebili in ogni campo dell'umano. Eppure, tra tutte le declinazioni del genio italiano, esiste una che sfugge alle grandi classificazioni e che vive nei dettagli. È quella capacità tutta del Bel Paese di trasformare la materia più umile in qualcosa di duraturo. È in questa tradizione che affonda le radici il Parrozzo, dolce pescarese per eccellenza, nato dall'incontro tra l'intuizione imprenditoriale di un pasticciere e il verso di un poeta.
Radici contadine, ambizioni borghesi
Pescara, anni Venti del Novecento. Luigi D'Amico rappresenta la terza generazione di una famiglia di commercianti attiva in città dalla metà dell'Ottocento, quando il capostipite riforniva la Fortezza borbonica di polvere da sparo e le barche dei pescatori di pece e reti. Appassionato di prodotti di qualità, l’imprenditore decide di dare una fisionomia precisa alla produzione dolciaria avviata dal padre Biagio. L'obiettivo è creare un prodotto che parli dell'Abruzzo, che ne incarni il carattere senza orpelli.
Il punto di partenza è il pane rozzo: quella pagnotta semisferica di farina di granturco, cotta nel forno a legna, che i contadini abruzzesi producevano per autoconsumo mentre la farina bianca era riservata al pane dei «signori». Un alimento elementare, quasi rugoso nella sua onestà. D'Amico ne concepisce la trasposizione in chiave dolciaria. Il giallo del granturco viene reinterpretato con le uova e le mandorle grezze. Le bruciacchiature superficiali, segno distintivo della cottura a legna, trovano il loro equivalente nella glassa di cioccolato fondente. La forma semisferica rimane intatta, fedele all'archetipo. Il risultato è un prodotto da forno di pasta montata che porta in sé la memoria rurale da cui proviene e la raffinatezza artigianale a cui aspira.
Il madrigale che battezzò un dolce
>Mancavano un nome e una voce autorevole capace di portarlo nel mondo. Luigi D'Amico le trovò entrambe nella stessa persona. Spedì il dolce al Vittoriale, residenza gardesana di Gabriele D'Annunzio, con cui lo legavano vincoli tanto personali e familiari: il padre Biagio era stato amico di gioventù del poeta, e sua moglie Hilde Bucco era imparentata con D'Annunzio per linea materna.
La risposta arrivò inattesa nella forma di un madrigale in dialetto abruzzese, vibrante e affettuoso, in cui D'Annunzio coniava per la prima volta la parola Parrozzo. «È tante 'bbone stu parrozze nove / che pare na pazzie de San Ciattè» — così esordiva il Vate, paragonando il dolce a una «pazzia» di San Cetteo, il patrono di Pescara, come se la terra lavorata dal bue fosse passata per il forno e ne fosse uscita «chiù doce de qualunque cosa doce». Raramente una réclame ha avuto la densità di una poesia. Raramente una poesia ha avuto l'efficacia di una réclame. Ci volevano proprio Pescara, D’Annunzio e D’Amico.
Quella corrispondenza non si esaurì in un atto di cortesia e continuò fino alla morte del poeta, sancendo un sodalizio tra il verso e il forno che è rimasto nella memoria collettiva abruzzese.
A Pescara come a Parigi
Il Parrozzo non nacque, però, da un solo ingegno. Attorno a Luigi D'Amico si raccolse un piccolo cenacolo di artisti e intellettuali che contribuirono a dargli corpo e identità. Armando Cermignani, ceramista di valore, disegnò la confezione donandole rametti, foglioline e bacche. Immaginando qualcosa che oggi chiameremmo packaging di ispirazione ecologica, trovò un modo di presentarlo perfettamente coerente con l'origine agreste del prodotto. Il resto lo fecero Luigi Antonelli che ne scrisse la storia, il maestro Di Iorio che musicò la «Canzone del Parrozzo» su testo dell'umanista Cesare De Titta. Tommaso Cascella dipinse i quadri che ornavano le sale del «Ritrovo del Parrozzo», il bar-caffè aperto da D'Amico come spazio di promozione e socialità.
Era, in miniatura, lo spirito di un'epoca in cui il confine tra arte applicata e arte pura era inesistente. A Pescara come a Parigi.
Cento anni e oltre
Dopo Luigi D'Amico, la guida della premiata azienda passò alla figlia Teresa e, verso la fine degli anni Settanta, al nipote Pierluigi Francini, che modernizzò la linea di confezionamento portando la conservazione da un mese a sette mesi e aprendo i mercati nordamericani e australiani.
Oggi il Parrozzo figura tra i prodotti agroalimentari tradizionali della regione Abruzzo. Lo si prepara con ingredienti semplici come uova, mandorle tritate, scorza di agrume e cioccolato fondente per la glassa. La cupola morbida e friabile che ne risulta è rimasta, nella sostanza, fedele all'originale. Una pagnotta contadina trasfigurata che ha messo d’accordo poeti e artisti grazie a un pasticciere di Pescara che ebbe l'audacia di mandare un dolce al Vittoriale.





