È morto Enzo La Vipera Una vita con il sorriso

Aveva 77 anni, era una figura di riferimento in centro e al Caffé Excelsior Dalla Dolce Vita a Roma al lavoro di cuoco a Pescara. Oggi i funerali a San Cetteo
PESCARA. «Dormire e non incazzarsi. Bisogna ridere sempre». Era il motto di Enzo La Vipera, al secolo Enzo Mazzella, il cui sorriso contagioso si è spento per sempre ieri mattina, in ospedale. Aveva 77 anni, ma preferiva non svelare l’età, e la sua risata, il suo essere sempre brillante, hanno catturato moltissimi pescaresi che associano il suo nome all’espressione tipica di La Vipera: «Freeechet». Era una specie di mito, assolutamente unico nel suo genere perché fuori dagli schemi, ma allo stesso tempo aveva un'umanità fuori dal comune, un cuore davvero grande.
Due anni fa si era raccontato in una lunga intervista al Centro, svelando alcuni dettagli della sua esistenza, dall’amore tra i genitori, Giovanni e Emilia, nato su un pullman, alla casa di famiglia in via Ravenna, alle sue esperienze in giro per l'Italia e poi all'estero, dopo aver fatto per un po' il fornaio a Pescara. Parlava di Roma, ai tempi della Dolce vita, della permanenza a Berlino, dove ha lavorato come operaio, e il rientro a Pescara, dove ha fatto il cuoco. Nessun mistero, nessuna finzione sulla sua omosessualità: Enzo La Vipera, soprannominato così in gioventù per via della «lingua svelta», diceva di essere "cuscì", e parlava senza peli sulla lingua delle relazioni avute negli anni, dei «giovanotti» che lo cercavano, fidanzati e non, e delle donne che lo avrebbero sposato volentieri. Ma l'amore no: «Che ci fai dell’amore? Io avrei corteggiato solo Alain Delon», diceva.
Mille gli episodi stravaganti che lo hanno visto protagonista a Pescara, dalla volta in cui si è presentato al bar Berardo in camicia da notte e pantofole, a bordo di un taxi, al giorno in cui bloccò gli autobus piazzandosi in mezzo alla strada con la bici, sotto l'effetto dell’alcol, fino al bagno in mare ubriaco (lo hanno recuperato i vigili).
Con una vipera tatuata sull’avambraccio destro e un cappello costantemente in testa, si muoveva sulle due ruote (non ha mai guidato), e ogni giorno, puntualmente, lo si incontrava in corso Umberto, come raccontano Roberta Moscianese e Carlo Miccoli, titolare del Caffè Excelsior. Da alcune settimane il posto di La Vipera è vuoto, in questo bar. «L'ultima volta si è affacciato un mesetto fa», dice Miccoli senza nascondere la commozione. «Non si sentiva bene e aveva paura che gli accadesse qualcosa in casa di notte, perché da quando era morta la madre viveva solo. Una settimana fa, al telefono, mi ha detto che non respirava più facilmente. Dava la colpa al vaccino, ma la malattia ai polmoni si faceva sentire».
Conoscere Enzo La Vipera è stato uno spasso perché trasmetteva la gioia di vivere. «Lui era sempre contento, aveva il sorriso impresso sul volto, scherzava con i ragazzi e si faceva benvolere, era abituato a stare tra la gente», dice sempre Miccoli ricostruendo la giornata-tipo di Mazzella e collocando negli anni '70 i primi ricordi di questo amico speciale, quando La Vipera «si presentava al bar Camplone con il montone rosa e due barboncini e ordinava Martini rosso. Dove c'era una festa c'era anche lui, che aveva conosciuto grandi personaggi, andando in giro per l’Italia». Al bar arrivava in bici verso le 9 e restava «al suo tavolino», a fianco alla porta di ingresso, sulla destra, fino alle 11. «Faceva qualche servizio in zona, andava a trovare gli amici per sapere se avevano bisogno di qualche commissione oppure portava il caffè a qualcuno. Poi tornava a casa, a pranzo, e lo vedevamo tornare nel pomeriggio. Una volta gli rubarono la bici e Gianni Santomo gliela ricomprò nuova. Lo aiutavano tutti, qui attorno, in caso di bisogno. E c'era un amico misterioso che gli lasciava al bar una busta con cento euro, ogni tanto. Aprendola, Enzo diceva che il regalo arrivava da una persona che lui aveva aiutato, al momento del bisogno».
Aveva un desiderio, dice Moscianese, che lo aveva conosciuto proprio al bar e aveva stretto con lui un bel rapporto. «Sperava di morire prima del suo gatto, Nancy, con cui viveva» a Zanni in una casa del Comune. «Manteneva l'appartamento come una bomboniera e aveva una specie di altarino, come lo chiamava lui, con le foto della madre e diversi santini. Era molto religioso, ma non bigotto, vicino alla misericordia. E credeva nel suo angelo custode. Un uomo gioioso, solare, positivo, con tanta umanità. Un buono, un onesto. È stato un pezzo della storia di questa città, una Pescara che ricordava bella ed elegante, con bar di un certo livello e le donne ben vestite. Nella sua semplicità aveva il culto del bello, amava i colori e i cappelli. Una persona con la «p» maiuscola, che dava giudizi giusti». Le sorelle Rosaria, Fernanda e Pia e le nipoti Patrizia e Enza, insieme ai suoi amici (e sono tanti), lo saluteranno nella Cattedrale di San Cetteo oggi, alle 15.30.
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