«A Fonte Cerreto la slavina ha travolto alberi e pali Ma l’abbiamo scampata»

Località isolata, funivia fuori uso e famiglie rintanate in casa da tre giorni Gli operatori turistici aspettano ancora i soccorsi: un inverno nero
L'AQUILA. «Non ho bisogno di niente, andate via». Vincenzo Giancarli, 93 anni, si sporge con il busto dalla finestra al primo piano della sua abitazione, in barba al freddo pungente e alle temperature che sfiorano i quattro gradi sotto lo zero. E' uno dei pochi veri abitanti di Fonte Cerreto, ai piedi di Campo Imperatore, per il resto popolato da operatori turistici, albergatori, ristoratori, noleggiatori di attrezzature da sci.
Sono quattro giorni che Vincenzo e sua moglie sono chiusi in casa, non possono spingersi oltre l'uscio perché ci sono due metri e mezzo di neve. L'anziana coppia non si perde d'animo, non si scompone, anzi s'infastidisce quando suona il citofono, che raggiungo arrampicandomi su un grande cumulo di neve gelata accatastata dallo spartineve davanti al cancello. Hanno già chiesto aiuto, non serve altro, confidano nell'arrivo di ruspe, frese, mezzi specializzati per eliminare tonnellate e tonnellate di neve. Il carattere forte degli abruzzesi è tutto racchiuso nella frase con cui mi apostrofa Vincenzo.
Lo spartineve è arrivato da queste parti giovedì sera, dopo quattro giorni dall'inizio della grande nevicata, spingendosi duecento metri oltre la piazza di Fonte Cerreto, ma non oltre, e lasciando quindi isolate diverse strutture ricettive. Maria e la sua famiglia, ad esempio, sono rimaste chiusi dentro il ristorante omonimo, “Da Maria”. «Guardate questo cumulo di neve», dice indicando alla sua destra e alla sua sinistra, «sarà alta quasi due metri. Ma noi non ci siamo persi d'animo, io sono previdente e faccio sempre delle scorte».
Alle spalle del ristorante sono ben visibili tre lunghe lingue parallele di neve: sono le tre valanghe sollecitate probabilmente dai terremoti del 18 gennaio e che giovedì hanno portato via ettari ed ettari di bosco e soltanto per un miracolo non hanno travolto il centro abitato di Fonte Cerreto, in particolare l'Hotel “Nido dell'Aquila”, che si trova a poca distanza. La valanga ha un fronte di oltre 100 metri di larghezza ed è lunga due chilometri. Ha travolto piante, cavi dell'alimentazione elettrica della funivia che porta a Campo Imperatore, ora fuori uso.
A un certo punto il bosco sparisce, rami e tronchi spezzati si confondono nella neve e un cavo elettrico penzola sorretto a malapena da due pali. Il terzo palo è stato trascinato via. Come faranno a passare di qui la ruspa e la fresa che dovranno liberare la strada?
Intanto raggiungo il “Nido dell'Aquila”, completamente isolato. Tutt'intorno il paesaggio è di una calma surreale. «La sera della grande nevicata (il 16 gennaio, ndr) avevamo 8 ospiti, più il personale dell'albergo», mi racconta il gestore Fabrizio Bellassai, «siamo stati fortunati. Ora dobbiamo rimboccarci le maniche e liberare i tetti dalla neve, aspettando l'arrivo della fresa. Abbiamo chiamato i soccorsi, ma sappiamo che ci sono situazioni più drammatiche in cui intervenire e aspettiamo».
Poco più in là, invece, mezzo sommerso dalla neve resta il rifugio “Mandolò” di Monya Giusti. «Non siamo riusciti a raggiungerlo, non sappiamo se ci sono stati danni o meno», spiega, «mi preoccupo soprattutto degli alimenti conservati nei frigoriferi e nei congelatori».
Per gli operatori turistici di Fonte Cerreto questo è l'inverno più nero: prima del 16 gennaio, impianti ferme e fatturato quasi ridotto allo zero a causa della mancanza di neve. Poi la bufera. E ora la crisi è capovolta, perché la neve costringerà a posticipare la riapertura della funivia, quindi anche quella degli impianti. «Stiamo aspettando i tecnici dell'Enel», spiega Marco Cordeschi, direttore d'esercizio del Centro turistico del Gran Sasso. Intanto la terra continua a tremare.
Marianna Gianforte

