«A Londra abbiamo più chance»

Lei neurologa e lui barista: «Roma ci manca, ma qui il lavoro è un’altra cosa»
ROMA. I numeri della ripresa dell'occupazione tornata a livelli pre-crisi non fanno un grande effetto su Elena, 33 anni, neurologa a Londra, convinta che in Italia non ci sia posto per lei e per Filippo, 36 anni, barista. «Vedo i miei colleghi italiani arrabattarsi tra mille lavoretti, aspettare mezzi pubblici che non passano mai, lottare per conquistarsi il minimo spazio, e mi vengono i brividi. Penso che non ce la farei. Roma mi manca, ma tornare adesso sembra impossibile», dice Elena. Ora poi che l'ha raggiunta Filippo, un futuro in Italia sembra ancora più lontano. Filippo ha seguito Elena un po’ per amore, un po’ perché stufo di contratti precari: lavorava nella pubblicità e per vivere a Londra si è reinventato come barista in un cocktail bar di successo. «Da ultimo era freelance e lo pagavano con ritardi anche di un anno, ha deciso di dire basta. Il lavoro dietro al bancone è una soluzione temporanea, in attesa di perfezionare il suo inglese, poi si vedrà», racconta Elena che, invece, è arrivata a Londra nel 2015 per scrivere la sua tesi di specializzazione e non è più andata via. La laurea in medicina in corso, con 110 e lode e lettura del giuramento di Ippocrate, poi un anno di lavoro gratuito in ospedale prima di vincere il concorso per la specializzazione. Seguono quattro anni di lavoro stressante ma ben retribuito, dopo ancora ci sarebbe stato il vuoto. «Sapevo di voler fare ricerca - racconta Elena - ma non avrei mai ottenuto un dottorato con borsa di studio nella mia università, c'erano altre persone in lista di attesa, ed era altamente improbabile anche vincere un dottorato senza borsa». «Se pure avessi ottenuto un dottorato, poi mi sarebbe stato chiesto di lavorare soprattutto nel reparto e svolgere i miei studi nei ritagli di tempo. E avrei dovuto ancora cercarmi altre occupazione per vivere: sostituzioni, guardie e altri lavoretti. Qui invece ho trovato il paradiso: sono in un centro di eccellenza, ho un dottorato finanziato da una charity che mi consente di dedicarmi anche all'attività clinica, che mi piace ed è fondamentale per i miei studi. La vita a Londra le piace, ma sente che non ci resterà per sempre. «Ci manca Roma, io ci sono nata e Filippo, che è siciliano, l'ha scelta come città di adozione. Ci mancano gli amici e i parenti che sono rimasti lì, d'altra parte, però, ora mi sembra veramente difficile immaginare di lavorare in Italia».

