Abramo e i suoi 100 anni: una vita per i carabinieri

Originario di Colonnella, fu catturato nel 1943 e portato in un campo di sterminio «Non ho mai ceduto e ora mi hanno premiato come Volontario della Libertà»
PESCARA. A 20 anni è sopravvissuto ad un campo di sterminio nazista in Austria. Una volta tornato in patria, per 36 anni è stato in forze nell’Arma dei carabinieri: per 10 anni è stato anche comandante di stazione a Roccaraso, dal 1966 al 1976. Tra qualche giorno, mercoledì 6 marzo, festeggerà cento anni. «Non dimenticherò mai la prigionia nel lager, gli anni nell’Arma sono stati splendidi e questi cento anni sono passati felicemente, uno dopo l’altro, con il sostegno e l’amore della mia famiglia», afferma Abramo Primo Rossi, lucido e attivo malgrado gli acciacchi dell’età. Nel 2010 è stato insignito, dalla Presidenza della Repubblica, della medaglia d’onore come Volontario della Libertà.
«Sono stanco, ci sento poco e non posso guidare, ma faccio le parole crociate ogni giorno», racconta Rossi mentre prepara il discorso per la festa di compleanno: «Un brindisi con i miei colleghi» che si svolgerà nel giorno del suo compleanno. La cerimonia si terrà nella caserma dei carabinieri di via Savonarola, nella tarda mattinata di mercoledì. È emozionato e felice e si vede mentre discorre in webinar, come ormai usa per mettersi in contatto con tutti coloro che hanno voglia di ascoltare la sua storia, affiancato dalla figlia, l’architetto Gabriella Rossi, che non lo lascia un attimo da solo, attorniato dall’affetto della moglie Pia Ciocca, 86 anni, degli altri figli, Granca Ida, Attilio e il nipote Paolo.
I cento anni di Abramo Rossi sono l’occasione per ricordare ai giovani «che devono rispettare le leggi, devono essere solidali con i deboli e avere la mente aperta al futuro». La longevità è il marchio di fabbrica in casa Rossi: «Mia mamma Elvira Marchetti è morta a 100 anni e due mesi», dice con orgoglio. A Nereto vive la sorella Rosaria di 90 anni. Nato il 6 marzo 1924 a Colonnella, nel Teramano, era diventato carabiniere a cavallo da 4 mesi quando fu prelevato dai nazifascisti a Roma e trascinato in un lager della Stiria. In realtà in due: a Trofaiach dove dormiva e a Leoben Donawiz dove costruiva i carrarmati. Un inferno durato 19 mesi, dal 7 ottobre 1943 all’aprile del 1945 quando fu liberato. «Ho patito fame e freddo, è stato terribile, non si dimentica», racconta, «ma da credente, la Provvidenza mi aiutò anche in quelle circostanze. A salvarmi furono, oltre alla mia forza d’animo, le patate cotte che il mio amico e collega carabiniere, Gaetano Muscella di Montorio al Vomano, scomparso da tempo, mi consegnava di nascosto».
Il 15 giugno 1943, a 19 anni, si arruola nell’Arma, ma saranno solo pochi mesi di gioia. A ottobre viene arrestato durante un rastrellamento, insieme ad altri 2.500 carabinieri e condotto nei lager austriaci dove rimase un anno e mezzo. «Fummo caricati e percorremmo centinaia di chilometri senza cibo e acqua», ricorda con gli occhi lucidi. «All’arrivo ci diedero una tuta da lavoro con su impresse le lettere Kg, prigionieri di guerra, al collo ci misero una medaglietta, il mio numero di riconoscimento era 34450». Il primo ingresso nella fabbrica dei lavori forzati, il 10 ottobre 1943. «Dopo sei mesi di prigionia i tedeschi ci offrirono il passaporto per la libertà, l’adesione alla Repubblica di Salò. Rifiutammo in tanti. Ma quella resistenza passiva mi valse il riconoscimento di Volontario della Libertà». Il secolo di vita addosso non gli pesa: «Sono stato un uomo equilibrato, non ho rimpianti, ho una bella famiglia e l’Arma è stata la mia splendida vita».

