Abruzzo a due velocità: l’occupazione va giù 

Nel secondo trimestre del 2017 -2,2%. L’economista Pino Mauro: ora più qualità

PESCARA. Nel secondo trimestre del 2017 l’Abruzzo ha registrato un calo degli occupati di 11 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2016 (485mila contro 496 mila), con un aumento della disoccupazione di un decimo di punto (dall’11,5 all’11,6 per cento). Dati registrati ieri dall’Istat che preoccupano. Ma che, scomposti, mostrano punte di grande dinamismo (l’industria) insieme a elementi di perdurante crisi (commercio, servizi, edilizia, artigianato). Un quadro discordante che autorizza la Regione a sottolineare la crescita di occupati rispetto al primo trimestre, quando erano sprofondati a 464 mila con una disoccupazione al 13,7 per cento («Non appena il Masterplan comincerà a vedere l'apertura del grosso dei cantieri, ci sarà un ulteriore effetto positivo sull'occupazione regionale», annuncia l’assessore regionale al Bilancio Silvio Paolucci), e l’opposizione a evidenziare la distanza dell’Abruzzo dal resto d’Italia («Mentre i dati nazionali fanno esultare Renzi e Gentiloni», dicono i consiglieri regionali di Forza Italia Lorenzo Sospiri e Mauro Febbo, «in Abruzzo i dati sono drammaticamente all’opposto»).
Letture che lasciano sullo sfondo la complessità del quadro economico regionale, come rileva l’economista Giuseppe Mauro: «Penso sia poco significativo offrire una interpretazione ottimistica o pessimistica dei dati. Io sottolineerei tre aspetti: il confronto tra il primo e il secondo trimestre del 2017, che indica in maniera inequivocabile un aumento del livello occupazionale; l’andamento negativo del lavoro nel 2017 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente che segnala un calo di 11 mila unità; una crescita dell’occupazione a livello nazionale, tanto che si può affermare che l’Italia ha recuperato pienamente i posti perduti nel corso della grande crisi finanziaria».
Perché in Abruzzo i dati sono così contraddittori?
«In Abruzzo la ripresa è ancora oscillante e non pienamente consolidata: si passa da un incremento del Pil del 2,1 per cento del 2015 a una diminuzione dello 0,2 per cento nel 2016, espressione di una situazione di fragilità e incertezza. L’ aumento dell’occupazione nel secondo trimestre dopo il deludente primo trimestre costituisce un fatto di indubbio interesse e la dimostrazione di un certo dinamismo economico. Il fatto invece che, a differenza del resto del Paese, il tessuto produttivo non riesca ad assorbire forza lavoro rappresenta certamente un problema».
Quali sono i fattori di debolezza che incidono?
«Non si dimentichi innanzitutto che l’Abruzzo è alle prese con il terremoto dell’agosto 2016 e con il maltempo e il sisma del gennaio 2017. Ne consegue che la crescita potrebbe rallentare ancora, anche se è probabile che tale rallentamento sia compensato dall’andamento confortante del turismo, anche se non è particolarmente evoluto e competitivo. Aggiungerei come elemento di debolezza un fattore interno, come la mancanza di risorse finanziarie endogene che impedisce di intervenire sul fronte degli investimenti, e come fattore esterno i cambiamenti radicali del mercato del lavoro che determinano precarietà a seguito dell’economia digitale e dell’industria 4.0».
La parte più innovativa dell’economia, nella quale anche l’Abruzzo ha un ruolo...
«La regione infatti viaggia a due velocità. Da un lato ci sono le medie e grandi imprese in grado di agganciare la ripresa, dall’altro le piccole imprese, gli artigiani e il commercio al minuto, che sono in difficoltà a causa della bassa domanda interna. E i dati segnalano ancora la peculiarità della regione: una configurazione volta al settore industriale, tenuto conto che è il settore che cresce non solo rispetto al trimestre precedente ma ancora di più rispetto al periodo 2008».
Numeri?
«La crescita dell’occupazione nel manifatturiero nell’anno è del 4 per cento rispetto al 2016 e dell’8,3 per cento rispetto al 2008. Ma se dall’industria generale togliamo l’edilizia, le percentuali vanno alle stelle: il 12,9 per cento nell’anno e il 14,5 per cento rispetto all’inizio della crisi».
Ma, abbiamo detto, questo è un quadro asimmetrico.
«Sì, perché si concentra nelle medie e grandi imprese. Quelle che riescono a fare innovazione e che stanno sviluppando processi di ristrutturazione. Mentre le aspettative ancora incerte delle famiglie impediscono la ripresa della domanda e mettono in difficoltà il settore delle costruzioni, l’artigianato, il commercio, i servizi».
Che sono i settori a più alta occupazione.
«Certo, perché l’incubatore essenziale del lavoro è la piccola impresa che è in difficoltà».
Come si può intervenire?
«Compito delle istituzioni è mettere a sistema le potenzialità della regione perché facciano massa critica. Senza immediati investimenti l’aggancio della ripresa nazionale diventa difficile. C’è bisogno di più qualità».
Che cosa intende per qualità ?
«Conoscere quali sono i bisogni della regione, le sue priorità, e quali le risorse disponibili per fare interventi efficaci e non in maniera confusa».