«Abruzzo e Sud, laboratori per attrarre investimenti»

Parla il presidente di Confindustria, a Francavilla per la convention dei direttori dell’associazione. «Oggi ci sono premialità che vanno fatte conoscere»
PESCARA. Un piano per le infrastrutture, semplificazione burocratica, attivazione della Zes, Mezzogiorno come asset per gli investimenti, ruoli più chiari tra stato centrale e Regioni, creazione di un’area economica europea forte e integrata per sfidare Usa e Cina.
Queste le ricette del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia per la crescita dell’Abruzzo e del Mezzogiorno in un momento nel quale tutte le sfide sono sul tavolo. Boccia ne ha parlato con il Centro e con i colleghi di Rete 8, Carmine Perantuono, e Rai Tre Abruzzo Lucio Valentini a margine della convention nazionale dei direttori di Confindustria, a Villa Maria di Francavilla.
Presidente Boccia, partiamo dalle Zes, le Zone economiche speciali introdotte dal decreto Sud. Ritiene che possano essere una realtà anche in Abruzzo?
«Si può lavorare insieme a Confindustria Abruzzo per questa idea. L’importante è che il Mezzogiorno diventi un laboratorio di attrazione di investimenti per il paese. Con istituzioni come Invitalia e Banca del Mezzogiorno si sta creando l’idea di un intervento organico di politica economica. Di questa idea il Mezzogiorno deve diventare un asset importante».
Dunque il Sud può tornare ad essere un territorio dove conviene investire?
«Oggi per investire nel Sud abbiamo strumenti di grande premialità. Penso al credito d’imposta per gli investimenti. Uno strumento utile per le imprese abruzzesi e del Sud, ma anche fattore di attrazione dal mondo verso le nostre aree. Occorre però raccontare questi strumenti in giro, perché a volte ci si concentra troppo sulle criticità e meno sulle opportunità».
Come valuta la manovra di bilancio in discussione in Parlamento? Ritiene per esempio sufficienti le misure per l’occupazione giovanile?
«No, non basteranno. Ma è un primo passo. Abbiamo aperto il dibattito nel Paese sulla questione giovanile, che è questione legata alla competitività. Ma su questa legge di bilancio non avevamo grandi aspettative. L’importante è non smontare le riforme precedenti».
I referendum in Veneto e in Lombardia hanno risposto a una richiesta di quelle regioni di una maggiore autonomia soprattutto dal punto di vista fiscale. Secondo lei si porrà ora un problema di risorse per le regioni più deboli e in particolare per il Sud?
«I referendum in realtà possono essere un’occasione. Intanto, per come sono stati impostati, va dato atto ai due governatori che non è stato sollevato un “caso Catalogna” ma che tutto è stato visto nella logica di una questione nazionale. Possono essere invece l’occasione di riprendere questioni che erano nel referendum del 2016 e che poi, distrattamente, non si sono più affrontate. Occorre, in questo caso, chiarire i ruoli tra Regioni e governo nazionale. Definire competenze a geometria variabile. Che significa anche parlare di risorse. Ma se non si chiariscono i ruoli, il rischio è quello del conflitto e di un Paese che diventa non più semplice ma più complicato».
Recentemente Confindustria ha sottoscritto con la Confindustria tedesca un documento comune sulla questione europea. Qual è lo spirito di questa iniziativa?
«L’ambizione delle Confindustrie dei due paesi più importanti dal punto di vista industriale, la Germania e l’Italia, è di dare come obiettivo ai due governi, ma anche in chiave europea, di costruire la più potente industria del mondo. In una sorta di Europe first, che è la risposta all’America first di Trump, ma anche alla grande iniziativa di politica industriale della Cina».
Quali sono i passi che l’Europa deve fare ancora per diventare protagonista dell’economia mondiale?
«Fino a qualche anno fa il pensiero di tutti noi era che c’era un collegamento tra democrazia e sviluppo. La Cina dimostra che un paese non democratico può crescere e svilupparsi. Questo rende ancora più attuale un ritorno ai fondamentali dell’Europa che noi sintetizziamo con una bella frase di Jean Monnet: “gli obbiettivi sono politici, le mie spiegazioni sono economiche”».
Da qui l’incontro tra Confindustrie.
«Questo collegamento tra Confindustria italiana e tedesca, e a gennaio con Confindustria francese, è un elemento essenziale per l’idea di trazione di una nuova Europa (tra l’altro siamo anche in epoca post-brexit, e l’Italia gioca un ruolo centrale tra Francia e Germania). Una nuova Europa non delle fusioni e delle integrazioni, ma delle separazioni. E non tra paesi, ma dei ruoli. Occorre chiarire cioè, in questa Europa che deve maggiormente integrarsi, quali ruoli deve avere l’Europa (e quindi quale bilancio in termini finanziari), e quali ruoli devono avere gli Stati. Va comunque pensata un’Europa sempre più competitiva. Perché se pensiamo di contrastare le cosiddette rotte della seta con una debolezza dell’industria europea, evidentemente la sfida è già persa prima di partire».
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