Addio a Rodolfo Di Zio, fondò l’impero dei rifiuti

L’imprenditore è morto a 84 anni: con la Deco avviò l’affare della spazzatura
PESCARA.
Partì con la bicicletta da Civitella Casanova per andare a fare affari in città. Quel paesello sulla collina della provincia di Pescara, noto per gli arrosticini di pecora, era troppo piccolo per uno come lui che, già da ragazzino, sognava di fondare una grande impresa. Quelle origini modeste però Rodolfo Di Zio, l’imprenditore dei rifiuti morto ieri all’età di 84 anni, non le ha mai dimenticate. Aveva l’intuito dei vecchi capitani di industria mischiato al sacrificio per il lavoro e al fiuto per gli affari. Grazie a queste qualità, Di Zio divenne quello che, adesso, il presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio di Fratelli d’Italia definisce «una figura di riferimento dell’imprenditoria abruzzese. Con la sua scomparsa, l’Abruzzo perde un protagonista autorevole del proprio sviluppo economico, un imprenditore capace di coniugare visione, competenza e radicamento nel territorio. Il suo impegno ha contribuito in modo significativo alla crescita del tessuto regionale, lasciando un segno duraturo nella comunità». Domani, alle ore 10, i funerali nella chiesa di San Camillo de Lellis, a Villa Raspa di Spoltore (camera ardente alla casa funeraria Mambella di Montesilvano).
Da Civitella Casanova, Di Zio scese a Spoltore, si spostò a Pianella e poi a Pescara e Chieti. In pochi anni, la mappa degli affari si allargò a dismisura e Di Zio si guadagnò sul campo l’ingresso nel club degli imprenditori più potenti d’Abruzzo, uno che poteva parlare con la stessa franchezza sia con i politici che con i suoi operai. «Se ne va un rappresentante autorevole dell’imprenditoria abruzzese capace di progettare l’innovazione, il futuro, lo sguardo sempre proiettato in avanti, mantenendo forte l’attaccamento alle radici, alla sua terra», il ricordo di Lorenzo Sospiri, presidente del consiglio regionale di Forza Italia, «ci teneva Rodolfo alla sua abruzzesità, sapeva spiegare alla lettera le potenzialità dello sviluppo energetico sostenibile, così come il funzionamento delle macchine aziendali, parlando il dialetto con cui era cresciuto perché della nostra regione voleva essere un simbolo».
Nel 1989, Di Zio fondò la Deco, passata nel 2021 all’Acea di Roma: «La Deco spa piange la scomparsa del suo padre fondatore», recita l’addio dell’azienda, «il dolore per la sua perdita è immenso, ma lo è altrettanto la gratitudine per la straordinaria eredità umana e professionale che ci ha lasciato. Il suo spirito continuerà a guidarci e a vivere in ogni nostro progetto, in ogni nostro traguardo».
Uno degli ultimi investimenti porta tra Penne e Montebello di Bertona, proprio vicino alla sua Civitella, quasi un cerchio che si chiude: «Lo ricordo quando, alcuni mesi fa, ha avviato un importante investimento sul nostro territorio», dice il sindaco di Penne Gilberto Petrucci, «destinando risorse alla realizzazione di un parco energetico tra Penne e Montebello di Bertona. Era una persona premurosa e attenta, sempre sensibile alle esigenze della collettività».
Nel settore dei rifiuti, giocava quasi senza rivali, come le grandi squadre di calcio che dettano il ritmo per cicli di anni e anni. Ma quell’impero, costruito da zero con la Deco, incrociò per due volte le indagini giudiziarie: arrestato due volte, nel 1994 e ancora nel 2010, Di Zio ne uscì sempre assolto. E, per il primo arresto, ottenne anche un risarcimento per l’ingiusta detenzione. Una medaglia ideale che amava appuntarsi alla giacca.
Le carte di quelle indagini lo descrivevano come un “Re Mida”, proprio così si chiamava l’inchiesta che, il 22 settembre del 2010, avrebbe dovuto scoperchiare un vaso di Pandora fino a toccare anche i vertici della Regione Abruzzo. E lui un “Re Mida” lo era davvero: quello che toccava lo sapeva trasformare in oro. Quell’indagine però, partita inizialmente con decine di indagati, si chiuse con una catena di assoluzioni: «Il fatto non sussiste». E, con questa motivazione, Di Zio tornò alle sue attività che, nonostante i bastoni giudiziari, non rallentarono. Anzi, la Deco, nata da un’azienda leccese, l’Acetificio Ricchiuto srl di Ugento, è diventata così importante da essere acquisita dall’Acea, il colosso di Roma, per oltre 60 milioni di euro.
È la prova che Di Zio sapeva gestire i suoi affari: fu così da giovane, quando la sua piccola impresa metalmeccanica, a Villa Raspa di Spoltore, crebbe in poco tempo fino a diventare una grande azienda specializzata nella realizzazione di cisterne. All’apice di quell’attività, Di Zio capì che, nell’Abruzzo rampante di fine anni Ottanta, il business era un altro, cioè i rifiuti. E allora, iniziò da Pianella a costruire la sua fortuna con una prima partecipazione societaria in un’impresa del settore; poi l’intuizione di realizzare una discarica perché, se per qualcuno i rifiuti sono soltanto qualcosa da buttare e senza più valore, per lui quella stessa spazzatura poteva fruttare soldi e trasformarsi in oro. Di Zio aprì la discarica di Colle Cese a Spoltore e, sacchetto dopo sacchetto, costruì un impero. Altro passo importante quello di fondare un impianto di trattamento rifiuti a Chieti, in contrada Casoni, fino ad accogliere anche i rifiuti di Roma.
Ma Di Zio guardava anche fuori dalla sua regione e avviò rapporti con l’Africa: un rapporto a due facce, da una parte lavoro e dall’altra solidarietà. «Si è sentito impegnato anche nella cooperazione internazionale in Africa finanziando progetti umanitari in Senegal e in Angola», ricorda l’ex parlamentare ed ex presidente del consiglio regionale Gianni Melilla, uno della vecchia scuola Ds, «con lui ho anche fatto un viaggio importante in Senegal per la realizzazione di un progetto di sviluppo agricolo che ha significato lavoro e futuro produttivo per un’intera comunità rurale vicino Saint Louis nel nord del Senegal. In quell’occasione abbiamo anche inaugurato un poliambulatorio sanitario in una zona povera sprovvista di strutture sanitarie. Il progetto ha visto una proficua collaborazione tra pubblico, Regione Abruzzo e Comune di Pescara, e privato, cioè il suo gruppo economico, con risultati importanti per le popolazioni senegalesi interessate. Ricordo», continua Melilla, «il grande rapporto di amicizia che Rodolfo Di Zio aveva con il senegalese residente a Pescara Ndiaga Gaye che fu il nostro tramite per la realizzazione di quel grande progetto umanitario. Rodolfo è stato una persona generosa».
Se era bravo a fare affari, Di Zio lo era anche ad aiutare gli altri: «Rodolfo è stato operaio, poi ha conosciuto la bravura estrema di chi realizzando ha imparato tutto delle organizzazioni. Ha fatto accadere tutto ciò che gli interessava del lavoro umano. I suoi dipendenti lo amavano, le sue risorse hanno facilitato la vita anche di molte associazioni culturali e della solidarietà che prende su di sé il dolore altrui», dice il deputato Pd Luciano D’Alfonso.
Di Zio sosteneva l’Amicacci, la squadra di basket in carrozzina di Giulianova: «Un uomo che, attraverso Deco spa, ha creduto nel nostro progetto, sostenendo con passione e visione il percorso della nostra società», dice un messaggio della società sportiva. «Sotto la sua partnership abbiamo vissuto pagine storiche del nostro cammino: il primo Scudetto, la prima Supercoppa e, proprio quest’anno, la nostra prima Coppa Italia. Traguardi che resteranno indelebili nella storia del club e che porteranno sempre con sé anche il suo nome. A lui va la nostra più sincera gratitudine».
Primo di tre fratelli, Ettore Ferdinando e Mauro, Di Zio sperimentò sulla sua pelle anche i dolori della vita: oltre agli arresti, l’addio a un figlio morto troppo presto, Vincenzo, e alla moglie Emma Palmucci. Di Zio lascia la figlia Valentina, lei che ha preso in mano le redini delle attività di famiglia.
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