«Adesso bisogna vivere per Marina e Ludovica»

16 Giugno 2018

I giorni del dolore: parla Francesco Angrilli fratello e zio delle vittime «Nulla è più uguale senza di loro, ma devo dire grazie a tante persone»

PESCARA. «Nulla è più uguale, però dobbiamo trovare la forza di vivere per Marina e Ludovica, che erano interpreti della vita migliori di noi». Il dottor Francesco Angrilli, ematologo all’ospedale di Pescara che per passione e umanità, prima ancora che per lavoro, cerca quotidianamente di riacciuffare la vita di chi ha la sventura di dover fronteggiare malattie cattive, torna a parlare pubblicamente della tragedia che ha colpito la sua famiglia a quasi un mese da quella maledetta domenica di maggio, quando il cognato Fausto Filippone ha dato forma alla sua follia buttando la moglie Marina giù dal balcone dell’appartamento di Chieti Scalo dove l’aveva portata con una scusa e poi, dopo essere tornato a prendere la figlia dagli zii nella palazzina di via Punta Penna, ha ucciso anche lei scaraventandola dal viadotto dell’A14. Lo stesso da cui, dopo sette ore, si è lasciato andare giù anche il manager della Brioni. In quella stessa palazzina al confine con Villa Raspa, dal cancello dove la mattina del 20 maggio ha visto uscire per l’ultima volta la nipotina Ludovica che andava di corsa incontro al padre e alla morte, Francesco Angrilli racconta queste settimane di dolore e silenzio. Ma anche, dice, di «empatia, vicinanza e di delicatezza da parte di tantissime persone a cui va il mio grazie infinito».
A chi in particolare?
Per quelli che sono stati gli eventi successivi alla sera del 20 maggio, quando è calato sulla nostra famiglia questo atroce destino, mi sento di ringraziare, anche a nome di mia sorella Maria Grazia, le forze di polizia con cui abbiamo interagito, che si sono dimostrate di un tatto, di una delicatezza e di una vicinanza encomiabili. Non ricordo tutti i nomi, ma mi ricordo l’ispettore Di Nicola e con lui tutto il gruppo della questura di Chieti, l’ispettore Nonni per la squadra Mobile di Pescara che quella sera venne a fare l’ispezione a casa di mia sorella, e poi per il tatto, la delicatezza, la disponibilità e la professionalità anche il procuratore capo di Chieti Francesco Testa e il pubblico ministero, la dottoressa Campo. Ringrazio le due scuole di Marina e Ludovica, lo scientifico da Vinci e la Dante Alighieri. Devo dire un grazie infinito a tutti gli alunni di Marina, ma soprattutto a quelli della quinta A che domenica scorsa mi hanno chiesto di accompagnarli al cimitero, poi al vescovo che ha officiato la messa, alle autorità cittadine e al prefetto che ci è stato vicino, l’associazione “Leonardo” dei genitori del da Vinci, il Rotary, il gruppo abruzzese Linfomi - l’associazione dei malati di linfoma, l’Ail, Tiziana Di Giampietro a cui mi lega la stima e l’affetto di una vita, la cittadinanza tutta, le associazioni che hanno partecipato alla fiaccolata, la signora Fabiola Bacci, mamma di Jennifer, e Barbara Orsini, amica di Monia, le due ragazze uccise. Con loro ci siamo conosciuti e abbracciati alla fiaccolata. Ringrazio tantissimi miei colleghi, il personale infermieristico e la direzione aziendale dell’ospedale dove lavoro; Anna Rita Frullini, ginecologa e psicoterapeuta che ha parlato alla fine della fiaccolata, mi ha toccato profondamente. Questa tragedia non può essere cancellata, ma in momenti così drammatici l’empatia e la vicinanza delle persone gioca un ruolo importante. Stare insieme agli altri, parlare, aiuta a decomprimere la mente e l’anima. Mi sento di ringraziare tutte queste persone e chissà quante ne ho dimenticate. Tutti dovremmo essere vicini a chi vive fatti così drammatici.
Nei giorni scorsi ha partecipato all’inaugurazione della panchina per Monia Di Domenico, la psicologa uccisa dall’inquilino. Quanto le è costato?
In una situazione diversa, sbagliando, probabilmente avrei detto di no, pur avendo sempre condannato profondamente i femminicidi. Ora che ne sono stato toccato in prima persona, farò tutto quello che posso. Per Monia ho fatto di tutto per esserci, ma ognuno di noi doveva farlo prima, tutti noi avremmo dovuto mobilitarci dal primo caso per dire no, non può succedere. Bisogna trovare una forma di risposta che duri nel tempo.
Ha in mente qualcosa perché la tragedia che vi ha colpiti possa contribuire in questo senso?
Ci sono delle idee embrionali di progetti molto grandi che non mi sento ancora di dire. Sicuramente faremo qualcosa.
È cresciuto al fianco del professor Torlontano, è in Ematologia dal 1975, conosce la vita nelle sue espressioni più crudeli. Come si sopravvive al dolore?
In questa casa, tirata su con i sacrifici di mio padre e mia madre, ferroviere e insegnante, abbiamo vissuto sempre insieme. Dal piano di sotto contavo i passi di Marina e i passettini di Ludovica, passi affrettati per tutte le cose che facevano. Questa casa che prima era quasi piccola per contenere tutta la vita che c’era, adesso è permeata da un silenzio assordante. La vita è cambiata. Ma in questa nuova fase della nostra vita dobbiamo trovare la forza di vivere per loro e fare anche qualche sforzo in più. Un mese e mezzo fa ero su questa porta a parlare con le mie sorelle della decisione di andare in pensione e fu Marina a dirmi che dovevo continuare. Ecco, ho continuato.
Ha ringraziato tante persone. C’è qualcosa che le ha fatto male nei giorni della tragedia?
Le prime notizie su Marina che era la compagna, e non la moglie, e su Ludovica, che non era la figlia di lui. In un momento di dolore così smisurato ho sentito il dovere di intervenire per affermare la purezza di mia sorella. In momenti così tragici forse tutti dovrebbero trovare moralmente una linea da non valicare. Nulla da eccepire sul diritto di informazione, ma nei modi e nei momenti giusti. A volte è mancata la delicatezza.
Che cosa si aspetta ora?
Mi aspetto di conoscere la ricostruzione dei fatti definitiva, quando ci sarà. Le cose sono andate così, non possono cambiare. Ma voglio sapere.
Che cosa?
Ad esempio che cos’era la polvere bianca trovata nell’auto di lui. Non ho fretta. Sono immerso nei ricordi di Marina e Ludovica. Ho bisogno di circondarmi delle loro foto, vederle e percepirle ancora con noi. Ma non possiamo ripiegarci su noi stessi. Dobbiamo trovare la forza per vivere e sentirle vive dentro di noi. Glielo dobbiamo.