«Ai mafiosi dico che ora li ho perdonati»

Perse il marito poliziotto nell’attentato a Falcone, Rosaria Costa incontra gli studenti a Pescara e torna sulle parole di 31 anni fa
PESCARA. «Ho perdonato, voglio avere la coscienza a posto». Hanno risuonato potenti, ieri mattina al teatro Flaiano, le parole di una donna forte e coraggiosa che oggi vuole solo guardare avanti. Trentuno anni dopo la strage di Capaci, Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, l'agente di scorta saltato in aria, all'età di 27 anni, il 23 maggio 1992 insieme al giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i colleghi Rocco Dicillo e Antonio Montinari, ha aperto il cuore alla platea di 500 persone, tra studenti del Da Vinci, De Cecco, Galilei e Marconi, docenti e autorità hanno affollato l'auditorium per partecipare all'evento “Capaci di cambiare, crescere, rispettare, stare alle regole, essere liberi, includere”, organizzata dall'assessorato comunale guidato da Adelchi Sulpizio insieme all'associazione onlus “Prossimità alle istituzioni” presieduta da Domenico Trozzi e coordinata da Christian Ricciardi, assistente sociale della onlus. Dopo il convegno al Flaiano e l'applauditissima proiezione del film “Alla luce del sole”, dedicato alla vita e le opere di don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia nel giorno del suo 56° compleanno il 15 settembre 1993 (e beatificato da papa Francesco nel 2013) la giornata della legalità pescarese è proseguita alle 13 con un flash mob, tra musica e danza, davanti al tribunale di Pescara al quale hanno partecipato, oltre agli amministratori comunali, il presidente del Tribunale, Angelo Mariano Bozza e il procuratore capo di Pescara, Giuseppe Bellelli. Al teatro Flaiano erano presenti in sala la vedova dell'atleta Pietro Mennea, Manuela Olivieri, che ha parlato ai giovani di sport e legalità; don Angelo Cassano, prete coraggio di Bari; il sindaco Carlo Masci, il questore Luigi Liguori, i rappresentati di Finanza, carabinieri e polizia di Stato, il dirigente dell'Ufficio scolastico provinciale, Daniela Puglisi; la preside dell'Alberghiero, Alessandra Di Pietro; l'ex commissario di polizia, Ennio Di Francesco, autore di numerosi libri nei quali ricorda l'amicizia con i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Ninni Cassarà.
«Quel giorno sono morta e rinata con Vito, per voi» ha risposto Rosaria Costa, che dal 1995 vive in Liguria, alla studentessa che le chiedeva cosa avesse provato dopo aver saputo della morte del suo Vito, padre di Emanuele Antonio, oggi 31enne e capitano della Guardia di finanza. E ha parlato di perdono come una liberazione dell'anima. Come ai funerali del marito quando, appena 22enne, dal pulpito di una gremitissima cattedrale di San Domenico, e davanti alle bare degli agenti di scorta, straziata dal dolore, sfidò la mafia. «Vi perdono», disse, «ma voi dovete inginocchiarvi».
«Sì, ho perdonato gli uomini che hanno commesso quelle nefandezze e anche mio figlio lo ha fatto» racconta oggi al Centro, Rosaria Schifani, che oggi appare una donna serena «il perdono è cristiano, io sono credente e voglio avere la coscienza a posto. Si perdona anche per essere perdonati, la verità rende liberi. Non ho mai odiato nessuno, è un sentimento che fa stare male anche fisicamente. Certo, ho provato rabbia perché non sapremo mai la verità tra finti processi e finti pentiti, la mafia non ce la farebbe senza gli uomini dello Stato collusi. Ma i giovani devono sapere cosa è successo, affinché distinguano tra bene e male, affinché mai si arrendano all'illegalità»".
«Queste giornate sono molto importanti perché stare nella legalità è una sconfitta per la mafia»" sintetizzano Martina, Noemi, Chiara e Alessia, classe II C del Marconi e Greta e Daniela della 4 I del Galilei. Tra i giudici e gli angeli della scorta si crea una simbiosi straordinaria, si diventa una famiglia, le mogli conoscono altre mogli, tra i compagni di lavoro si rafforza l'amicizia.
«Un giorno ero a casa del giudice Borsellino», rivela Rosaria Costa, «gli dissi che avevo paura, che volevo andare via da Palermo. Lui mi rispose che dovevo restare per lottare» come fece egli stesso prima delle bombe di via D'Amelio che arrivano 40 giorni dopo quelle di Capaci. A Pescara la vedova Schifani è venuta ieri in veste ufficiale: «Volevo esserci per parlare ai giovani, per dire che non bisogna farsi condizionare dai mascalzoni che vogliono entrare nelle nostre vite per rovinarcele, può essere anche un amico. Ci tenevo molto e ho raccolto l'invito di Trozzi che era amico di Vito. Questa città è molto carina anche se non ho il tempo di visitarla perché alle 13 ho il treno che mi riporta in Friuli, la terra che mi ha accolto e che amo come la Sicilia perché c'è il mare» ha detto dal palco. Ma non rivela che in realtà è stata a Pescara per la prima volta nel 2019. Anche in quella occasione parlò del suo Vito ad un gruppo di giovani, chiusi per tutto il giorno in casa di amici abruzzesi, ricorda chi quel giorno c'era. Cosa chiede alla vita? «Aspetto la giustizia divina, l'unica in cui credo. Per il resto, un giorno vorrei andare in paradiso», ha concluso sorridendo.
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