Aksel, dal barcone della speranza ai comizi a scuola

22 Novembre 2015

Di origini albanesi, 18 anni, va al da Vinci e guida il Collettivo «Il mio sogno? Le cause umanitarie e un centro giovanile»

PESCARA. All'asilo la chiamavano «l'avvocato». Da adolescente è impegnata nelle lotte studentesche e da grande vuole diventare ambasciatrice dei diritti umani in Europa. La vita di Aksel Nikaj, 18 anni, pescarese di nascita ma di origini albanesi, quinto anno al liceo scientifico Da Vinci, è costellata di impegni sociali e poca normalità. Casa, scuola e politica.

Una dialettica disarmante per una ragazza della sua età, che ha sempre desiderato «aiutare gli altri». Da tre anni sta lavorando alla creazione di un centro sociale giovanile, il «primo a Pescara», che sarà inaugurato in primavera, forse negli spazi del mercato ittico. Un impegno, tra i mille di ogni giorno, che porta avanti insieme ai ragazzi del Collettivo studentesco, di cui è coordinatrice; anzi, «Cmb, Coordinatrice molto bassa (di statura), come mi hanno soprannominato i miei compagni», scherza Aksel, il cui nome in greco significa «qualcosa di prezioso» e in armeno «piccola quercia».

Non si sente «una leader» ma gesticola e parla, scandendo bene le parole, come se si trovasse su un palcoscenico. Nasce il 4 marzo 1997 a Pescara da mamma Tatiana Careri, 56 anni, laurea in economia e finanza, impiegata nell'ufficio immigrazione del Comune di Chieti, e papà Vladimir, 65 anni, titolare di una officina meccanica, che si diletta nei lavori artistici in ferro battuto. Sua sorella, Edlira, 35 anni, eredita la passione per l'arte. Studia al Misticoni e poi vola in Albania dove vive e lavora come architetto di interni. La sua famiglia è di Tirana, dove i genitori si sono conosciuti prima di arrivare in Italia con uno dei tanti barconi della speranza.

«Papà lavorava come tecnico attrezzista a Cinecittà in Albania», racconta la studentessa, «hanno vissuto la giovinezza sotto la dittatura di Enver Hoxha. Pur di studiare, mamma andava contro le regole e rischiava. Leggeva i libri di nascosto, tutti in una notte, nelle sale della biblioteca nazionale aperte da un amico. Dopo un anno di fidanzamento, i miei si sono sposati ed è arrivata mia sorella». La dittatura finisce e il Paese e' allo sbando. «A quel punto i miei decidono di partire per raggiungere l'Italia. Mia sorella non dimenticherà mai che, durante la traversata, un'onda assassina rapisce il bambino di una donna che urla, si dispera e vuole gettarsi in mare per recuperare il corpo inerme del figlio». Una immagine potente che segnerà i sogni di Aksel bambina e che porrà le basi del suo destino sempre proiettato verso i bisogni del prossimo. Prima destinazione, Bari. «Edlira, che all'epoca aveva 11 undici anni e in Albania aveva frequentato un corso di italiano clandestino, aiuta i miei ad ambientarsi con la lingua. In casa, si parla albanese e italiano ».

Attraverso conoscenti, arrivano a Pescara dove oggi risiedono in zona Tiburtina. «Amo questa città, in ogni angolo c'è un pezzo della mia vita». Ma «comincia a starmi stretta, ho bisogno di fare sempre nuove cose». Dopo il diploma, vuole andare a studiare Scienze Politiche a Bologna. I suoi viaggi sono sempre «finalizzati a portare avanti cause umanitarie». Barcellona, Budapest, Bruxelles, Londra, Grecia, ogni meta è buona per lanciare un progetto contro la xenofobia o il razzismo. In vacanza va solo in Puglia e in Albania, a far visita ai nonni Andronici e Thanas, originari di Valona e Saranda. Prossimo obiettivo, la Palestina «per conoscerne meglio la causa». Studia «storia, filosofia, letteratura, persino come funziona il vento, analizzo i fatti col bisogno di darmi continuamente risposte. All'asilo mi chiamavano l'avvocato perché redimevo le dispute dei bimbi. Gli attentati? L'America e l'Europa hanno le loro colpe, non è una questione religiosa ma di indottrinamento folle, di ignoranza allo stato puro».

Difetti e pregi? «Sono logorroica, emotiva, testarda e ipersensibile, parlare in pubblico mi fa battere il cuore a mille ma il collettivo, che frequento da 5 anni, è una palestra di vita: mi ha sbloccato e reso più forte. Non avrei potuto fare nulla senza i miei compagni che combattono le battaglie insieme a me».

Una di queste è la realizzazione del centro giovanile insieme ai ragazzi di So.ha e 360. «Con la campagna “Dateci spazio” siamo riusciti a farci dare dalla Regione 40 mila euro per creare una struttura che possa ospitare gli studenti delle 14 scuole pescaresi. Un luogo di incontro per fare musica, pittura: io canto e ballo hip hop, che forse si chiamerà “Lo Spaz”, abbiamo individuato una possibile location nelle sale del mercato ittico». Il collettivo «mi ha insegnato a tenere aperto il cuore», quel cuore «libero attualmente da impegni amorosi, ma troppo occupato da tutto il resto». E una vita normale fatta di cinema, teatro e aperitivi? «Fortuna che ci pensano le mie amiche Mariangela, Heidi, Jessica, Giorgia, Imma, Marta e Clarissa a tenermi ancorate alla realtà».

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