«Al Day Hospital aspettiamo per ore Pochi infermieri»

I pazienti sollecitano l’incremento del personale in servizio e chiedono locali più ampi e accoglienti per l’attesa e la cura
PESCARA. Locali e arredi inadeguati, personale insufficiente rispetto alla mole di lavoro e tempi di attesa troppo lunghi. Chi passa o è passato per il day hospital di Oncologia per essere sottoposto alle terapie ha inevitabilmente notato una serie di storture, e le lamentele sono tutte dello stesso tenore. L’unica nota positiva riguarda il personale che cerca in tutti i modi di tamponare le emergenze, come dicono in maniera unanime alcuni malati, insieme ai parenti che li hanno accompagnati nel percorso di cura, dopo la scoperta della malattia.
Ad usufruire del Day Hospital è stata anche Marina Febo, consigliere comunale di Spoltore, che si è trovata «molto bene perché medici e infermieri rendono il servizio eccellente» ma «c’è un fiume di gente, sembra un girone dantesco, e i locali non sono in grado di contenere tutti. C’è un po’ di attesa, sì, e io mi organizzavo arrivando più tardi rispetto al previsto». Per Febo «servono altri infermieri, è indispensabile una struttura più ampia e va potenziato e semplificato lo sportello di accettazione, per ridurre i tempi».
Elenca una serie di disfunzioni anche il parente di un malato seguito ormai da mesi nel reparto di Oncologia e al Day Hospital. «Il medico che ti segue cambia di settimana in settimana, lo sportello di accettazione a volte ci ha rimandati a casa, la sala di attesa da suddividere tra Oncologia ed Ematologia sembra un carnaio, non assicura la privacy, e quando si pensa che sia tutto pronto per le infusioni il paziente si accorge che il farmaco non è pronto e deve aspettare ore. Meglio evitare le poltrone del day hospittal con i bracciali rotti, perché si esce a pezzi, dopo la terapia. Il primario? E chi lo ha mai visto?».
Parla di una «esperienza molto positiva con il personale» la madre di una donna che si è curata al Day Hospital e pensa a tutti coloro che, invece, non hanno un’assistenza diretta né qualcuno che li aiuti. «Si potrebbero usare i volontari», suggerisce, «per assicurare servizi a chi è solo e si trova nella impossibilità, ad esempio, di ritirare i farmaci dopo le cure perché ad una certa ora la farmacia chiude».
Per il resto lo scenario descritto non cambia di una virgola. «Non c'è personale, l’unica sala di infusione non basta e delle 10 poltrone due avevano i braccioli rotti, quest’estate», racconta la donna. «Il personale corre», ma questo affannarsi «non è sufficiente per ridurre l’attesa dei malati, considerati i tempi di preparazione dei medicinali e quelli indispensabili per erogare le prestazioni. Nell’ampliare gli spazi si dovrebbe assicurare a tutti la necessaria riservatezza», visto che non tutti vivono la malattia nello stesso modo». Di questi tempi, dice ancora la donna, «c'è più gente che ha il tumore che gente con il raffreddore, per cui bisogna puntare ad avere le risorse e a gestirle bene».
Ha vissuto e sta vivendo personalmente tutti questi disagi una malata oncologica che si fa accompagnare ogni volta dal fratello, «così è lui a fare la fila all’accettazione». Ma quella «è solo una delle file, perché dopo aver subito la visita bisogna di nuovo mettersi in coda per la terapia». Il flusso «non scorre abbastanza, si crea affollamento e manca il posto in sala di attesa» per cui è inevitabile pensare che «ci si potrebbe organizzare meglio». E non è confortante, per il paziente di turno, sentirsi dire che «non è possibile sottoporsi subito ad una Tac», pur essendo urgente, per cui va fatta altrove. Va riconosciuto che «gli infermieri fanno il loro lavoro» ed è altrettanto vero che «sono pochi, mentre l’utenza è tanta. Ma siamo in Italia», conclude la malata. «E in Italia c'è forse qualcosa che va bene?».
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