Alcol, droga e telefonini in carcere A processo agente penitenziario

Con Paolo Capone, accusato di corruzione e spaccio, a giudizio altri otto tra detenuti e familiari L’inchiesta è partita dopo la segnalazione dei colleghi che avevano scovato dei cellulari in cella
PESCARA. Sono stati rinviati a giudizio dal gup Antonella Di Carlo (processo fissato all’8 marzo), i nove protagonisti della vicenda legata alle illecite attività di un assistente capo della polizia penitenziaria, Paolo Capone, che nel carcere di San Donato faceva entrare illegalmente, per accontentare alcuni detenuti, alcol, droga e telefoni cellulari. Un’inchiesta partita da una segnalazione dei colleghi di Capone che avevano scovato due telefoni cellulari nelle celle: un apparecchio nascosto dentro un dizionario di italiano, e un altro che si portava dietro un detenuto. Le indagini sono partite così. La Mobile, diretta all’epoca dal dirigente Dante Cosentino, iniziò a seguire il sospettato numero uno, mettendogli anche il telefono sotto controllo. È stata proprio da una telefonata che gli investigatori erano venuti a sapere di un incontro con un albanese che doveva avvenire fuori dal carcere. E sono entrati in azione. Capone finì agli arresti domiciliari (arrestato anche l'albanese Kledio Ujka): dentro il suo armadietto erano stati trovati 200 euro, due telefoni che, secondo l'accusa, dovevano essere consegnati ad altrettanti detenuti, e anche delle dosi di sostanze stupefacenti. Poi la procura ha ampliato le indagini, risalendo ai detenuti che ricevevano dall'agente penitenziario bottiglie di alcol, droga e telefonini con tanto di alimentatore. Alla fine, l'elenco degli indagati è arrivato a nove, compreso il padre di un detenuto, titolare di una ditta di autodemolizioni, che avrebbe fornito a Capone il motore di una utilitaria in cambio di un favore: utilizzare cioè il telefono dello stesso agente per consentire al detenuto di colloquiare con il padre. Fra gli indagati è finito anche il corriere albanese che avrebbe dovuto lasciare nell'auto di Capone un telefonino e della droga destinata a un suo connazionale detenuto: circostanza che poi ha permesso alla polizia di intervenire in diretta e di arrestare entrambi subito dopo lo scambio. Nei capi di imputazione si parla di somme di denaro imprecisate, quelle che Capone avrebbe ricevuto per le varie consegne da fare ai detenuti rinchiusi nella struttura carceraria. A Capone vengono contestati i reati di corruzione (così come agli altri indagati in concorso) e di spaccio di sostanze stupefacenti dal novembre 2018 all'aprilel 2019. Avrebbe consegnato almeno tre telefonini cellulari a detenuti ristretti al San Donato, e poi ad altri delle bottiglie di alcolici. E poi la questione della droga: è accusato di detenzione di quasi 44 grammi di marijuana (corrispondenti a 266 dosi) e circa 8 grammi di cocaina (corrispondenti a 39 dosi).
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip aveva scritto: «Alcun dubbio sussiste in ordine al fatto che il Capone si sia ripetutamente prestato a realizzare attività contrarie ai regolamenti interni alla struttura, quale quella di consegnare vari oggetti, tra cui anche sostanze stupefacenti, ai detenuti del carcere pescarese, consentendo ai medesimi di detenere e utilizzare telefoni cellulari superando i limiti previsti per le comunicazioni consentite ai detenuti, ottenendo corrispettivi in denaro e altra natura». All’epoca dell'arresto, assistito dal suo legale, Melania Navelli, Capone decise di non rispondere al giudice. Sono a processo anche Giuseppe Volpe, Simone Franco Hezler, Gino e Claudio Di Giulio, Arjan Gjini, Andrea El Fahid, Marilena Cybi.

