«Allontanata da casa voleva vendicarsi»

Daniela Lo Russo arrestata con il figlio e un complice, scioglieva nelle bevande il Coumadin che si procurava con false ricette: sequestrati in casa timbri e farmaci
PESCARA. Sembra la trama di un thriller. La storia ricostruita ieri mattina dai comandante provinciale dei carabinieri Paolo Piccinelli, con il comandante del Nor Antonio Di Dalmazi e il luogotenente dei Nas Placido Abbatabtuoni sulla vicenda della compagna che assiste il suo uomo e intanto per mesi gli scioglie il Coumadin nel Gatorade in dosi massicce (tre-cinque pasticche alla volta), provocandogli emorragie sempre più gravi e frequenti parla di vendette e risentimenti, di odio mascherato d’amore. La vittima è un piccolo imprenditore edile 52enne originario di Pianella che stava per morire proprio a causa di quel dosaggio massiccio di anticoagulante unito a psicofarmaci che contribuivano ad abbassarne le difese. Per tentato omicidio aggravato, la donna, Daniela Lo Russo, 42 anni originaria di Barletta ma da anni residente a Pescara e il figlio di lei, Michele Gruosso, 22 anni, residente a Spoltore, sono stati arrestati dai carabinieri su ordine di custodia cautelare disposto dal gip Gianluca Sarandrea su richiesta del pm Rosangela Di Stefano, insieme con il presunto complice dei due, il colombiano residente a Silvi Edwin Andrey Mosquera Zabala, 30, ai domiciliari per lesioni personali essendosi occupato, all’oscuro del piano diabolico ma su commissione di mamma e figlio, dell’aggressione a colpi di mazza da baseball del 52enne organizzata la sera del 10 luglio sempre dalla coppia per accelerare, dice l’accusa, le emorragie interne che con il Coumadin in circolo avrebbero portato l’uomo più velocemente alla morte.
Ma ci si sono messi di mezzo il caso e la professionalità di medici e investigatori che hanno scoperto il piano e, soprattutto, hanno interrotto quel piano di morte quando l’uomo era allo stremo, ricoverato, dal 15 luglio, nell’Ematologia dell’ospedale civile con un valore della coagulazione del sangue pari al 23 per cento (al 10 per cento si rischia l’emorragia cerebrale). Un valore che, nonostante la somministrazione di vitamina K, non si rialzava, tanto da indurre il primario a inviare un campione di quel sangue al centro antiveleni di Pavia che dopo 24 ore ha spiegato l’arcano: il paziente era imbottito di Coumadin e gocce di En. Eppure in ospedale nessuno glieli aveva somministrati e lui stesso riferiva di non averli mai presi. Ne sapevano qualcosa, invece, la compagna e il figlio di lei che, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Nucleo operativo con l’ausilio del Nas, non solo avevano il Coumadin in casa, insieme a siringhe e scatole di adrenalina, ma anche i timbri per le ricette false ritrovate sul computer.
Ma come ci sono arrivati, gli investigatori, a indagare su questa vicenda? Ci hanno inciampato quando Daniela Lo Russo alla fine di giugno subisce un’aggressione lungo la Bonifica. È lei la donna legata e imbavagliata che denuncia un tentativo di stupro ed è proprio per rintracciare i presunti aggressori che i carabinieri le mettono il telefono sotto controllo. La donna ha alle spalle vicende legate a una presunta truffa che gli investigatori ipotizzano legata a quell’assalto, ma quando iniziano ad ascoltare le sue telefonate la sentono parlare con il figlio di sciogliere qualcosa nei funghi e di sostituirli al pasto dell’ospedale; lei che chiede al figlio “ma gli hai dato il coumadin fuori?” con tre telefonate in cui si accerta che il figlio riporti il gatorade a casa prima di portalo in ospedale fino a chiamare direttamente il compagno per invitarlo a bere, “perché il gatorade ti tiene su”. Intanto i Nas iniziano a battere a tappeto le farmacie tra Pescara, Montesilvano e Villa Raspa analizzando le immagini interne. Tra queste compare in più di un’occasione proprio Gruosso, il figlio di lei, mentre con la ricetta falsa prende il farmaco. E sempre ascoltando lui, i carabinieri lo sentono che, il giorno dopo l’aggressione subìta dal patrigno, il 22enne rimprovera il colombiano di non aver concluso bene il lavoro sul “cane”. Ma perché volevano ucciderlo? Gli investigatori escludono la pista economica, perché il 52enne non naviga nell’oro. Propendono per il risentimento e la vendetta di madre e figlio nei confronti del figlio di lui, che gli avrebbero inibito l’accesso a casa con un “fuori lei o me ne vado io”. Il padre ha scelto il figlio.
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