Ammazzò di botte la convivente: incastrato da un’intercettazione

Gelu Cherciu è accusato della morte di Monica Gondos, trovata senza vita un anno fa sulle scale di casa L’uomo, dopo il primo interrogatorio in caserma, offese i carabinieri e si vantò di aver evitato l’arresto
PESCARA. Cammina a fatica, quasi trascina i piedi, mentre entra nell’aula della Corte d’Assise di Chieti accompagnato da tre agenti della polizia penitenziaria. Gelu Cherciu, romeno di 67 anni, fisico segnato dall'alcol, è finito sotto processo con l’accusa di aver ucciso di botte Monica Gondos, la sua convivente. La donna - anche lei romena - venne trovata senza vita, a Pescara, il 30 maggio scorso, lungo le scale di un’abitazione di strada Colle Orlando. Ieri mattina, c’è stata la prima udienza davanti alla Corte presieduta da Guido Campli, giudice a latere Luca De Ninis. Il sostituto procuratore Anna Benigni contesta all’imputato il reato di maltrattamenti in famiglia continuati e aggravati dalla morte della donna: l'incubo sarebbe andato avanti per oltre 4 anni, fino a sfociare in tragedia. Per l’accusa, «durante gli abituali stati di alterazione dovuti all’abuso di sostanze alcoliche», Cherciu «inveiva contro la propria convivente per motivi banali, aggredendola fisicamente e colpendola ripetutamente con pugni e schiaffi al volto e sul corpo». In questo modo, le ha causato «evidenti ecchimosi». Ma il 67enne è arrivato a «controllare gli spostamenti e le comunicazioni telefoniche che la donna aveva con altre persone e con la proprie figlie». La conclusione è che Cherciu «maltrattava Gondos, infliggendole sofferenze fisiche e morali tali da renderle abitualmente dolorosa e mortificante l’esistenza». Secondo il pm, è stato proprio l’uomo a provocare la morte della compagna. Il decesso è sopraggiunto a causa di due costole rotte che le avevano bucato il polmone in conseguenza di un colpo violentissimo inferto sulla schiena della malcapitata. La Corte ha ammesso le prove e disposto la trascrizione delle intercettazioni prodotte dal pm. Si tratta, nel dettaglio, di 11 telefonate. In una di questa, stando sempre all’accusa, c’è una frase che incastra l’imputato. Risale alla scorso giugno: Cherciu venne interrogato quando i carabinieri gli notificarono il decreto di dissequestro dell'appartamento al quale erano stati messi i sigilli per permettere tutti gli accertamenti. Uscendo dalla caserma, non sapendo di avere il cellulare sotto controllo e parlando con un suo conoscente, il romeno affermò: «Non mi hanno chiuso, stupidi del cavolo», riferendo all'amico che i militari non lo avevano arrestato e quindi non erano riusciti a smascherarlo. Le prossime due udienze sono in programma il 17 e il 31 maggio. I primi a essere ascoltati saranno i carabinieri che hanno indagato sul caso. Il pm Benigni, per ricostruire le fasi delle indagini, mostrerà in aula anche le foto scattate durante il sopralluogo nella casa in cui la donna venne ritrovata senza vita. L’imputato, difeso dall’avvocato Fabrizio Giannini, ha sempre respinto ogni accusa: attualmente è rinchiuso nel carcere di Pescara. A partire dalla prossima udienza sarà affiancato da un interprete, perché non capisce bene l’italiano. Nessun familiare della vittima si è costituito parte civile.

