«ANCH’IO HO CONOSCIUTO QUEI MOMENTI»
di LUCIANO D’ALFONSO* «Largo Valterio Cirillo, in memoria del consigliere comunale pescarese, suicidatosi dopo un principio di vicenda giudiziaria, e in razionale contrapposizione a quel giornalismo...
di LUCIANO D’ALFONSO*
«Largo Valterio Cirillo, in memoria del consigliere comunale pescarese, suicidatosi dopo un principio di vicenda giudiziaria, e in razionale contrapposizione a quel giornalismo che abroga, pro domo sua, il principio della presunzione di innocenza. Cirillo si lanciò nel vuoto poiché dovette essere un sacrificio troppo grande per il giovane architetto espiare l’onta, sublimare la violazione feroce della propria identità nel periodo dell’inchiesta.
Ho più di un motivo per non essere indifferente al tema che si ricorda oggi a Pescara. Io ho conosciuto il giusto processo con tutte le garanzie previste dall’ordinamento e ho incontrato le misure del processo mediatico. Ad un certo punto resta esclusivamente la solitudine personale, anche quando si è circondati da consenso poiché prevale l’impensierimento del momento che sequestra il cervello, azzera la lucidità e sembra quasi prescrivere azioni estreme, non escludendo i gesti irripetibili. Nel mio caso sono stati fondamentali i miei figli Luca Maria, Benedetta e Francesco Cetteo a darmi la forza di resistere, attendere, studiare, impegnarmi, cercare luce, reagire e difendere anni di servizio pubblico legittimato dal sorriso di centinaia di migliaia di persone.
Oggi nel ricordare Cirillo dobbiamo interrogarci su quante cose, da allora, sono cambiate nel rapporto tra processo penale e mass media. È necessario concentrare l’attenzione su due momenti: da un lato bisogna interrogarsi su quali siano le conseguenze e le ripercussioni della rappresentazione del processo giudiziario da parte dei media. Dall’altro lato bisogna soffermarsi sulla liturgia del processo all’interno dell’aula mediatica, sui rischi legati alla tentazione di celebrare il processo sui mezzi d’informazione.
Sia il giudice ordinario, sia l’operatore dell’informazione tendono al medesimo fine: ricostruire un accadimento attraverso elementi, testimonianze, dichiarazioni. Esistono però delle differenze fondamentali: il processo giurisdizionale ha un luogo deputato (l’aula del tribunale), il processo mediatico non ha alcun luogo; l’uno ha un itinerario scandito da tempi lunghi, l’altro deve fare i conti con i tempi contratti dettati dalla velocità dell’informazione; l’uno è celebrato da un organo professionalmente attrezzato, l’altro può essere condotto potenzialmente da chiunque.
C’è un corollario inevitabile legato ai tempi del processo mediatico che è subordinato alla velocità dell’informazione: poiché l’attenzione della cronaca non si può soffermare sul processo penale per molto tempo, va incontro al rischio, ricorrente, di metterne in luce solo i primi passi, la parte iniziale, riproponendo quel disquilibrio di visibilità tra avvisi di garanzia e assoluzioni inaugurato con Tangentopoli e riducendo l’informazione dei mass media a semplice megafono dell’ipotesi investigativa. Un’arena pubblica in cui il principio della presunzione di innocenza tende fatalmente a sbiadire nella coscienza collettiva. Esistono però degli antidoti per preservare il valore fondamentale della giustizia penale esercitato dall’informazione a garanzia dell’ordinamento democratico moderno. Una funzione fondamentale può essere esercitata dalla professionalità del giornalista, che deve essere all’altezza dell’informazione giudiziaria: il professionista tecnicamente attrezzato deve essere in grado di fornire una cronaca di alto livello qualitativo e concettualmente sorvegliata. Il giornalista tecnicamente attrezzato è colui che ha una profonda consapevolezza della fonte: sa valutarla, apprezzarla, correlarla ad altre conoscenze in suo possesso. Il salto di qualità si compie nel tipo di conoscenza dispiegata dal giornalista: una conoscenza intesa come intelligenza critica della vicenda giudiziaria, un’intelligenza in grado di fornire chiavi di lettura, di collegare le notizie fra loro, di spiegarle e interpretarle per offrire al lettore la possibilità di fare altrettanto.
Il cronista giudiziario deve essere in grado di proporre una ricostruzione della vicenda che rompa criticamente il mosaico delle notizie processuali. Solo attraverso questa specifica attrezzatura e una spiccata consapevolezza del proprio ruolo il “tribunale della pubblica opinione” può dispiegare i suoi effetti benefici anche a vantaggio della giustizia. Noi stiamo dalla parte del giornalismo che non uccide, che non considera la manipolazione dei fatti né un mezzo, né un fine. Noi stiamo dalla parte dei cercatori di verità che si lasciano blandire unicamente dalla consapevolezza del loro alto compito che merita la copertura costituzionale. E siamo dalla parte di Valterio Cirillo perché il suo gesto non è stato vano».
*Presidente
Regione Abruzzo

