Anche un pescarese tra i cinque arrestati

L’intercettazione del presunto capo della banda, residente in città: «Sparare bombolette fa bene»
PESCARA. Figurano anche sei abruzzesi, per lo più pescaresi, nell’inchiesta coordinata dal pm Andrea Di Giovanni e condotta dai carabinieri del Nucleo operativo della compagnia di Montesilvano, diretti dal capitano Donato Agostinelli, che ha portato ad individuare i responsabili degli attentati dinamitardi ai danni dell'imprenditore di Città Sant'Angelo e, allo stesso tempo, a sgominare una organizzazione che, attraverso metodi violenti, puntava ad acquisire piccole aziende, negozi e come si è visto anche night club per riciclare e gestire i proventi delle proprie attività illecite. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, una volta che ne entravano in possesso, facevano gestire le attività a prestanome attraverso cui, poi, truffavano imprenditori di mezza Italia. Una quarantina quelli finiti nella rete.
A capo del gruppo, composto per lo più da pugliesi, c'era Giuseppe Traversi, 52 anni, nato a Cerignola eresidente a Pescara. Ed è stato proprio lui, considerato da subito il principale responsabile degli attentati a Città Sant'Angelo, a portare i carabinieri al resto del gruppo, costituto da una ventina di persone, per cinque delle quali, tra cui Traversi stesso, sono scattati gli arresti, tre in carcere e due ai domiciliari.
In carcere sono finiti Pasquale Traversi, 26 anni di Cerignola, residente a Pescara; Vincenzo Digioia, anche lui 26enne di Cerignola e residente a Spoltore e l'albanese Edvaldo Nanushi di 34 anni. Quest’ultimo immortalato dalle telecamere dopo aver posizionato un ordigno vicino a casa dell’imprenditore di Città Sant'Angelo.
Ai domiciliari, invece, oltre a Giuseppe Traversi, che ha già trascorso un periodo in carcere, anche Antonio Falcone, 61 anni, nato a Pescara e residente a Chieti.
Stando a quanto accertato nel corso delle indagini, nella organizzazione gli abruzzesi avevano o il ruolo di prestanome o aiutavano a riciclare la merce provento delle truffe. Nel primo caso si occupavano dei leasing sulle auto di lusso, a cui il sodalizio era particolarmente interessato. Pagavano la prima rata e subito dopo portavano le vetture all’estero e qui le vendevano. I soldi ottenuti poi li reinvestivano in Italia. Per raggiungere i propri obiettivi, il gruppo non si faceva scrupoli di usare, come si è visto, armi.
In una intercettazione, Giuseppe Traversi dice ad un amico che «sparare bombolette», «fa bene, aumenta l'adrenalina». (a.d.f.)
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