Appalto che doma il Pescara, no del Wwf

Cinque vasche da 54 milioni anti-esondazione: domani scade il termine per scegliere la commissione di gara
CHIETI. Il Wwf Chieti-Pescara boccia «lo spreco di denaro pubblico che si avrà con la realizzazione delle poco utili casse di espansione sul fiume Pescara». E lo fa alla vigilia di una particolare scadenza. Entro domani, infatti, dovranno pervenire i curricula alla Regione di esperti ingegneri e geologi tra i quali il governantore, Luciano D’Alfonso, sceglierà i nomi della commissione giudicatrice della gara d’appalto europeo, di 54 milioni di euro, per realizzare cinque vasche di espansione nei territori di Chieti, Rosciano, Manoppello e Cepagatti, a ridosso del fiume Pescara. Ma il Wwf, già nel luglio 2016, aveva inviato a tutti i consiglieri regionali abruzzesi, al presidente della Regione e al Comitato Via, una lettera per segnalare «quelle che erano e restano le criticità delle “Opere di laminazione delle piene del fiume Pescara”. «Occuperanno un territorio», sottolinea Nicoletta Di Francesco, presidente del Wwf Chieti-Pescara, «non molto più esteso della superficie esondabile sottratta al fiume in anni recenti da Megalò e Interporto, circa 40 ettari. Che si tratti davvero di una opera strategica e concretamente utile è tutto da dimostrare», continua il Wwf, «visto che è stato calcolato che la riduzione dell’ondata di piena attesa sarebbe dell’ordine del 10%, il che vuol dire che in una situazione di emergenza la gran parte dell’acqua arriverebbe comunque a valle». E ancora: «Le casse di espansione ubicate, come in questo caso, all’interno delle aree golenali interferiscono inoltre con la naturale e l’ordinaria esondazione del fiume, esattamente il contrario di quello che si dovrebbe fare». Nel progetto infatti si sottolinea che “la forte pressione insediativa nelle aree di pertinenza fluviale ha portato alla sottrazione di numerose aree di espansione naturale riducendo la capacità di laminazione naturale del fiume”. Così la soluzione, secondo l’associazione ambientalista, «dovrebbe essere quella di recuperare queste aree delocalizzando il mal costruito».
Ma c’è anche un altro aspetto che il Wwf affronta: «Le casse di espansione, nel progetto che ci si ostina a portare avanti, dovranno essere gestite e manutenute, il che comporterà ulteriore impegno di denaro della collettività. Sperando che non finiscano nell’abbandono, come è già capitato con altre opere pubbliche che, nelle promesse, avrebbero dovuto risolvere grandi problemi ma che allo stato dei fatti sono soltanto un monumento allo spreco». E l’esempio in questo caso è davvero facile: il potabilizzatore di San Martino, costato 20 venti milioni di euro e mai entrato in funzione. (c.s.)

