Armi, minacce e auto incendiate: «Pronti a dare fuoco a due attività»

2 Dicembre 2021

Nel mirino della banda, chi non pagava, ma anche le società concorrenti nella zona della movida: «Il locale, se gli riesci a buttare qualcosa dentro... Eh buono, perché ha anche i computer, le cose» 

PESCARA. Erano pronti a mettere fuoco a due attività in pieno centro, un ristorante e una ditta di delivery, entrambi riconducibili alla stessa società, alcuni degli arrestati nell’operazione della squadra mobile diretta da Gianluca Di Frischia, che due giorni fa ha sgominato, dopo mesi di indagini, una rete di spaccio fiorita durante il periodo del lockdown.
Da Rancitelli, gli indagati erano riusciti non solo ad evitare i controlli, ma anche ad allargare la piazza sino a Porta Nuova e al centro, nella zona della movida, dove fra i clienti figurano professionisti, impiegati e nomi conosciuti negli ambienti dei locali. E ciò attraverso la creazione di una ditta di food delivery, la “Zorro express”', che serviva loro come copertura e, durante il lockdown, per muoversi senza problemi. Con la scusa di consegnare cibi e bevande portavano direttamente nelle case dei clienti la cocaina. Se qualcuno degli acquirenti, tardava nei pagamenti erano guai. Così come per le ditte concorrenti nelle consegne a domicilio.
Ruolo di primo piano aveva Luca Di Pietrantonio di 28 anni, chiamato anche “Luca il pugile”, finito in carcere insieme ad Antonio Patanè di 38 anni; Paolo De Luca di 50 anni e Osvaldo Mancini di 70 anni. Ai domicialiri Federico Orfanelli, di 20 anni. Quest’ultimo insieme a Patanè si occupava materialmente delle cessioni.
Patanè e Di Pietrantonio, stando a quanto emerso dalle indagini e riportato nell’ordinanza di custodia cautelare, avrebbero commissionato l’incendio di una Volkswagen Tiguan, avvenuto il 28 febbraio 2021. Nel mirino, un consumatore di cocaina per un debito pregresso. Sempre Di Pietrantonio e Patanè avevano pianificato, ma non portato poi a termine, l’incendio di altre due auto, una Smart e una Jeep Renegade e di due attività di delivery del centro. Queste ultime per motivi di concorrenza.
In una conversazione, un piccolo spacciatore di Rancitelli, di cui il gruppetto si serviva per compiere i roghi, informa Di Pietrantonio di aver fatto quello che gli era stato richiesto. Ossia l’incendio della Tiguan. «Alle quattro, alle cinque di stamattina ho fatto quello ai Colli». Poi parlano di un locale e Di Pietrantonio gli dice: «Il locale, se gli riesci a buttare qualcosa dentro... Eh buono perché ci ha anche i computer, le cose».
In un’altra conversazione, Di Pietrantonio dice a Patanè che le due attività sono frequentatissime e questo per loro non va bene. «Fratè, non dobbiamo più perdere tempo». Quindi parlano dei «danni» da fare. «Dove puoi fare il danno più grande è là dentro», sottolinea Patanè, «dove ci stanno tutte le parti contabili, dei voucher che c’hanno perché loro vendono i pacchetti da 50/100 consegne. Gli fai perdere tutta la parte amministrativa della gestione dei clienti».
Ma l’obiettivo principale del gruppetto resta la droga. Fra i principali rifornitori, De Luca, considerato personaggio di spicco della criminalità pescarese, componente in passato della banda Battestini. In una intercettazione, Di Pietrantonio si vanta con un cliente della ottima qualità della droga fornitagli da De Luca. «Sono tutte scagliette, prima ne ho prese 3.000 euro, una cosa eccezionale... guarda un po’ che cosa è».
E tenendo d’occhio De Luca, gli investigatori sono arrivati al sequestro, la notte del 31 marzo, in strada Fosso Cavone di una pistola calibro 7.65 con 7 colpi dentro. Stando agli accertamenti, era stata nascosta dietro a una siepe da De Luca e da Mancini, conosciuto come “il chiavaro”. Quest’ultimo sarebbe stato incaricato di rendere l’arma irriconoscibile, soprattutto nella provenienza.
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