Arrivati altri 52 profughi in città: ancora disponibili i posti in hotel

I volontari della Protezione civile raccontano le storie commoventi degli ucraini scappati dal loro Paese «I bambini, quando sentono il rumore del treno, si vanno a nascondere perché pensano alle bombe»
PESCARA. «Ci sono bambine che hanno perso la parola, non parlano più da giorni perché sono scioccate. Terrorizzate. Il rumore del treno che passa sopra le nostre teste le spaventa a tal punto che corrono ad accucciarsi da qualche parte o si rifugiano tra le braccia delle mamme».
Sono i racconti dolorosi dei volontari della Protezione civile pescarese che si occupano dell'accoglienza dei bimbi ucraini, le vittime più innocenti di questa assurda guerra.
Ieri sono sbarcati in città 52 profughi, donne e bimbi soprattutto, tre ricoverati in Pronto soccorso dopo l'incidente a Cesena, 5 dirottati all'hotel Promenade di Montesilvano e agli altri in autonoma sistemazione, fra parenti e amici. In serata ne sono attesi altri 14. Ogni giorno, all'arrivo dei bambini, nella sede dell'ex stazione ferroviaria di Porta Nuova dove eseguono i tamponi, gli uomini e le donne di Volontari senza frontiere, di Modavi Spoltore-Castellamare e Valpescara, coordinati rispettivamente da Antonio De Simone, Livio D'Orazio e Antonio Romano con la supervisione dell'assessore alla Protezione civile Eugenio Seccia e del dirigente della Funzione 3, Gianni D'Alessandro, si prendono cura dei più piccoli, cercano di proteggerli e rasserenarli.
Il profugo baby ha meno di un mese, i più grandicelli toccano la maggiore età. Arrivano ansiosi e impauriti, ma qui in città trovano affetto, ospitalità, giochi e un ambiente sereno. Traduce i loro bisogni, Olena Gumenna, originaria di una località vicino Kiev, da 15 anni in Italia. Approdò in Calabria come poliziotta, da tre anni vive a Pescara e oggi è «nonna a tempo pieno della piccola Anastasia» quando non si occupa di salvare altre vite come volontaria di Valpescara Protezione civile.
Nell'ultimo turno della giornata è operativa insieme a Giulia Valente (Volontari senza frontiere) e Roberto Orsi (Modavi) che raccontano, con gli occhi lucidi, le paure dei piccoli profughi. «Alcune bambine hanno perso la parola, non parlano più», spiegano, «altri scoppiano a piangere quando guardano i nostri scarponi da lavoro perché ripensano a quelli che indossano i loro papà che vanno alla guerra».

