«Aspettiamo il ricorso, ma quanti anni passeranno?»

23 Maggio 2023

La delusione dei familiari: pessima pagina di storia che non riguarda più solo noi  E rilanciano la richiesta fatta alla premier Meloni: una Procura nazionale stragi

PESCARA. «Voglio sapere solo una cosa: perché il telefono di mio fratello Gabriele è corpo di reato, con le 88 chiamate che fece da Rigopiano prima della valanga, e per il giudice il fatto non sussiste? Questo voglio capire: 88 richieste di aiuto e non esiste l’omissione di soccorso?».
Francesco D’Angelo, come gli altri familiari delle 29 vittime, ha la voce stanca e fa fatica a parlare. «Devo leggere ancora, voglio capire», ripete nel giorno in cui sono state depositate le motivazioni del giudice, che tre mesi fa ha assolto 25 dei 30 imputati. Ma il fratello del cameriere di Penne che con le sue telefonate “sparite” dopo la tragedia, portò la Procura ad aprire il secondo filone d’inchiesta sul depistaggio in Prefettura, di una cosa è certo: «Non finisce qua».
Ci spera, ma quasi non ci crede più Mario Tinari che risponde al telefono dal cimitero di Vasto, dove è sepolta la sua unica figlia Jessica. «Il prossimo novembre avrebbe compiuto 31 anni, invece sono andato avanti solo io che sei anni fa, quando c’è stata la tragedia, avevo 64 anni e oggi ne ho 70. Forse avrei avuto un nipotino, avrei visto i ragazzi felici, (Jessica e Marco Tanda, anche lui vittima della tragedia ndr) e invece ogni mattina faccio fatica ad alzarmi, mi sforzo di trovare una ragione per andare avanti».
«Adesso sono arrivate le motivazioni», va avanti Tinari, «ma me ne possono dare centomila di ragioni e non basteranno a ridarmi indietro i ragazzi. La verità è che sono morte 29 persone e hanno stravolto la vita di tutti quelli che sono rimasti». Ma poi puntualizza: «Lotto, ho lottato e lotterò ancora per avere giustizia. La Procura tre mesi fa ci ha promesso che sarebbe andata in Appello e speriamo che sia così. Anche noi faremo appello, abbiamo visto che in tanti casi la prima sentenza è stata ribaltata, speriamo. Ma oggi faccio fatica anche a pensare: dallo scorso 23 febbraio siamo rimasti tutti frastornati e intanto penso a Jessica, così efficiente, umile, che faceva tutto senza mai vantarsi. Penso a lei, vorrei solo averla vicino».
Cerca un senso, pretende che la morte di suo figlio sia un monito per l’avvenire, che sia un “mai più” concreto per il futuro Paola Ferretti, mamma di Emanuele Bonifazi, receptionist dell’albergo. «Oggi non sono in grado di parlare», risponde stremata da sei anni e 4 mesi di dolore e attese, «ma di una cosa sono certa: con Rigopiano si sta scrivendo una pessima pagina di storia. E non riguarda più solo noi. Per questo la speranza adesso è che alla fine di tutto, questa vicenda che ci ha distrutto possa essere un monito. È il motivo per cui abbiamo chiesto alla premier Giorgia Meloni l’istituzione di una Procura nazionale delle stragi che possa trattare le tragedie che verranno. Per il resto, niente e nessuno ci riporterà indietro quello che ci è stato tolto, niente e nessuno cancellerà tutta questa sofferenza».
«Me l’immaginavo che andava a finire così», è il commento a caldo di Vincenzo Cicioni, poliziotto in pensione che con la sua divisa ha rappresentato lo Stato per tutta una vita, mentre con la moglie cresceva a Mentana, nel Lazio, le loro due figlie. Il 18 gennaio del 2017 Valentina, la primogenita che lo aveva reso nonno da pochi anni, è morta sotto quella maledetta valanga, vittima di un’Italia che non ha funzionato in niente. Un’Italia che ancora, se possibile, lo continua a deludere e a ferire. «Quando in aula parlavano le difese e si incolpavano tra loro, a scaricabarile», racconta Cicioni, «sembrava quasi che fosse un vantaggio per noi, perché nessuno di loro ha mai cavalcato la questione della imprevedibilità. Poi è arrivata la sentenza, e adesso ne conosciamo pure le motivazioni. D’altra parte, era già successo per la strage di Viareggio, arrivi dove ti vogliono fare arrivare. Sì adesso andremo in appello, l’appello potrà ribaltare la sentenza, ma poi ci sarà la Cassazione a rimandare ancora in Appello e così continuano a passare gli anni, con la prescrizione che incombe. Quanti processi per le stragi abbiamo visto finire così?».
Per questi motivi Cicioni, come gli altri familiari del Comitato, ora spinge per l’istituzione di una Procura nazionale per le stragi: «Una Procura come l’Antimafia, perché», conclude, «è inutile che dopo la tragedia di Rigopiano diciamo “mai più”: tanti altri cadranno, ci saranno altri ponti crollati, altre sciagure. Rigopiano poteva essere una pietra miliare, così non è stato».
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