Assenteisti in Provincia, in 13 a processo

Sotto accusa dipendenti di Ambiente. La procura: tornavano a casa invece di effettuare il controllo degli impianti termici
PESCARA. Dovranno comparire tutti e 13 davanti al collegio del tribunale di Pescara il prossimo 3 febbraio, i cosiddetti furbetti del cartellino di Provincia e Ambiente, società in house interamente partecipata dal socio unico che è la Provincia di Pescara, che svolge servizi di verifica e controllo di impianti termici. Ieri pomeriggio il gup De Rensis ha deciso il rinvio a giudizio dei presunti assenteisti (truffa, falso e peculato i reati a vario titolo contestati) dopo la discussione in aula durante la quale il nutrito collegio difensivo (composto dagli avvocati Ugo Di Silvestre, Federico Squartecchia, Sergio Della Rocca, Giuseppe Cantagallo, Teresa Pierfelice e Giulio Del Pizzo) aveva fra le altre cose tentato con delle eccezioni di far cadere la pesante accusa di peculato che rende appunto competente il collegio.
Un'inchiesta nata nel 2017 e andata avanti fino a gennaio 2018, condotta dai carabinieri del comandante Francesco Mingolla dietro le direttive del sostituto procuratore Andrea Papalia. Quando esplose il caso fu un vero colpo per la società visto che di dipendenti ne erano inizialmente coinvolti ben 17 su un totale di 21, di cui sette di loro furono destinatari di una misura cautelare: l'interdizione dal servizio per sei mesi firmata dal gip Nicola Colantonio.
Prima gli interrogatori di garanzia e poi ulteriori indagini, fecero però scendere il numero dei dipendenti coinvolti a 13 (4 vennero archiviati), che sono quelli che ieri sono stati rinviati a giudizio: Paride Chiulli, Graziano Di Tillio Biagio, Simone Di Silvio, Angelo Di Pietrantonio, Giancarmine Di Ciccio, Francesco Angeloni, Romina Nazari, Roberto Micucci, Angelo Bucci, Gianluca Pretara, Alberto Malito, Paolo D'Onofrio e il direttore della struttura, Pietro Zallocco, che era anche il capo del personale.
Il lavoro svolto dagli investigatori fu certosino e andò avanti per sei mesi che servirono per arricchire il fascicolo processuale con riprese filmate, fotografie, con l'orologio marcatempo dell'ufficio su cui era puntata una telecamera e anche con i risultati delle apparecchiature utilizzate per registrare gli spostamenti di alcuni degli indagati che guidavano le auto di servizio.
Quelli, per intenderci, che mentre erano in servizio preferivano tornarsene a casa invece di andare a effettuare i controlli programmati. Gli imputati, secondo l'accusa, avrebbero «ripetutamente attestato il falso omettendo di registrare, mediante l'apposito lettore marcatempo o badge, i propri allontanamenti dalla sede di lavoro, non effettuati per lo svolgimento di attività di servizio o comunque utilizzati per finalità ricreative e/o relazioni meramente personali, in periodi di tempo intermedi fra la registrazione dell'orario di ingresso e quello di uscita». Sempre stando all'accusa, gli imputati avrebbero utilizzato lo stratagemma del "doppio passaggio" consecutivo in entrata o in uscita del badge che annullava la precedente operazione. Per ogni imputato, il pm ha elencato tutte le registrazioni irregolari che servono a configurare il reato di truffa in quanto avrebbero «indotto in errore la società Provincia e Ambiente circa l'effettiva durata della propria presenza in servizio», procurandosi «l'ingiusto profitto corrispondente alla percezione della retribuzione commisurata all'intero periodo di apparente presenza in servizio». A quelli cui è stato contestato anche il reato di peculato, per l'irregolare utilizzo dell'auto di servizio, c'è naturalmente anche l'aggiunta del falso per la compilazione del registro «giornale del conducente».
Una delle posizioni più scomode è senza dubbio quella di Zallocco, responsabile del personale e destinatario di una delle misure cautelari, ritenuto dal gip «istigatore e concorrente morale della correa Romina Nazari», che divideva la stanza con lui. Secondo il giudice Zallocco, sapeva perfettamente quale era il malcostume dei dipendenti sui quali avrebbe dovuto vigilare. Anche perché gli assenteisti, per destare meno sospetti ed evitare di essere notati anche dal personale addetto alla vigilanza, per entrare e uscire dall'ufficio avevano più volte utilizzato l'ingresso di via del Concilio, normalmente chiuso, da dove era possibile passare solamente se in possesso della chiave del portone che era nella disponibilità esclusiva del direttore Zallocco.
Dopo lo scandalo, i vertici di Provincia e Ambiente hanno attuato una serie di correttivi per garantire la presenza in ufficio e sottoposto tutti a provvedimento disciplinare.

