Associazione mafiosa: venti arresti a Rancitelli

Droga, estorsioni, tentati omicidi: così si erano impossessati del quartiere
PESCARA. Dal Ferro di cavallo, la loro roccaforte, avevano il controllo sul quartiere Rancitelli, ma anche su traffico e spaccio di droga, furti e truffe nel resto della città. Nel loro fortino nessuno poteva entrare senza permesso. Per i residenti erano minacce e intimidazioni continue.
DUE ANNI DI INDAGINI Dopo due anni di indagini, ieri all'alba i carabinieri del comando provinciale guidati dal colonnello Riccardo Barbera, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del Tribunale dell’Aquila Marco Billi su richiesta della Direzione distrettuale antimafia (procuratore Distrettuale Michele Augusto Renzo e pm Stefano Gallo), nei confronti di 20 persone: 19 rinchiuse in carcere e una ai domiciliari. Per tutti, l’accusa è di associazione di stampo mafioso. Accusa per la prima volta contestata a Pescara a un gruppo autoctono formato per lo più da famiglie rom, già note e molte con reddito di cittadinanza.
Gli indagati nell’inchiesta partita a maggio 2020 sono una cinquantina. Oltre all'associazione di stampo mafioso, vengono contestati a vario titolo reati che vanno dal tentato omicidio all’estorsione, al possesso di armi ed esplosivi, al traffico di stupefacenti, al danneggiamento. L’operazione ha visto in azione 100 carabinieri insieme alle unità cinofile e al nucleo elicotteri. È scattata alle 5.30 di ieri tra via Tavo, via Lago di Borgiano e via Imele. Dei 20 arrestati, 7 erano già in carcere.
TELEFONINO IN CARCERE A San Donato era già recluso Valentino Spinelli di 22 anni, condannato nel 2022 a 10 anni di reclusione per aver aggredito un senegalese e aver sparato colpi di pistola contro due fratelli romeni. Spinelli, per l’accusa, era uno dei capi. Nella sua cella, ieri, i carabinieri e la Penitenziaria hanno trovato un telefonino con cui impartiva ordini all’esterno. Le indagini hanno accertato che la droga arrivava in carcere ed era lui a gestirne lo spaccio con le stesse modalità dell’esterno. Ma non solo droga.
PISTOLE A FORMA DI PENNE Da San Donato venivano dati ordini all’esterno anche su come e quando utilizzare le armi. In un caso, i carabinieri del reparto Operativo-nucleo investigativo, diretto dal tenente colonnello Antonio Bandelli hanno scoperto pistole a forma di penne pronte per essere portate all’interno.
GLI ARRESTATI Gli altri arrestati sono la compagna e il padre di Spinelli, Erminia Papaccioli, 30 anni e Guerino Spinelli detto Vietnam, 55 anni; Jhonny Di Pietrantonio, 26 anni, altra figura di spicco; Guerino Spinelli, 32 anni, in carcere per l'omicidio di Marco Cervoni, avvenuto al Ferro di Cavallo, per il quale sta scontando 16 anni di reclusione. «L’associazione», spiega Bandelli, «si è spesa per indurre i testimoni del delitto a non testimoniare. In questo contesto si collocano incendi di auto ed estorsioni. Incendi ripresi dalle telecamere da noi installate». In carcere si trovano inoltre: Patrick Fusilli, 26 anni; Daniel Ciarallo, 24 anni; Jessika Spinelli, 24 anni; Tamara Rech, 29 anni; Luigi Christan Paratore, 24 anno; Osman Tufa, 42 anni; Francesco Mincolla, 46 anni; Morena Caprini, 45 anni, Fabio Ippoliti, 46 anni, Dennis Di Lorito, 32 anni; Francesca e Vincenzo Ciarelli di 54 e 31 anni; Mattia Ferri, 35 anni; Bruno Papaccioli, 57 anni. Domiciliari per Samuele Capricci, 32 anni.
IL FORTINO I membri dell’organizzazione avevano realizzato un cartello per lo spaccio, e usavano il Ferro di cavallo come un centro commerciale, in cui poteva accedere solo chi dicevano loro. In caso contrario erano minacce e aggressioni, come quelle al giornalista Piervincenzi, a Brumotti o agli ufficiali giudiziari in occasione degli sfratti, a seguito dei quali il gruppo si è solo spostato di qualche decina di metri. «Erano strutturati», spiega Bandelli, «come una specie di anti Stato. È capitato che un esercente che aveva subìto un furto invece di rivolgersi alle forze di polizia ha chiesto aiuto al gruppo». «Siamo molto soddisfatti», sottolinea il colonnello Barbera. «Pescara lo meritava. È stata fatta pulizia. Non parliamo di una delle mafie storiche, ma di una mafia autoctona, non meno però pericolosa. Non abbiamo arrestato personaggi pugliesi, calabresi che hanno esportato il loro modus operandi qua, ma gente del posto che aveva fatto un salto di qualità che siamo riusciti a intercettare».
IL MINISTRO «L’operazione testimonia l’impegno di magistratura e forze di polizia nella azione di prevenzione e contrasto delle organizzazioni criminali». È il commento del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in merito all’operazione pescarese. «Queste azioni, realizzate grazie alle capacità investigative e operative delle nostre Forze di polizia, sono fondamentali per rafforzare la presenza dello Stato sul territorio e garantire alle comunità maggiori condizioni di legalità e sicurezza».
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