Assolto per il naufragio «È la fine di un incubo»

18 Novembre 2018

Nel 2013, il pescatore Piero Nunziato rischiò di morire con l’ex calciatore Farias «Sono tornato in mare solo dopo 2 anni, ora voglio godermi ogni singolo giorno»

FRANCAVILLA. «E' finito un incubo, iniziato con la morte in faccia, vista cinque anni fa, e proseguito nelle aule dei tribunali. La sentenza di assoluzione è una liberazione, adesso l'unica cosa che voglio è tornare alla mia vita».
A parlare è Piero Nunziato, che può essere definito senza indugio un miracolato. Il 16 dicembre del 2013, la sua barca si è rovesciò in mare mentre si trovava a 2 miglia a mezzo dalla costa insieme all'amico ed ex calciatore Eddy Farias.
I due rimasero in ammollo per oltre due ore prima che i soccorritori riuscissero a recuperarli, avvolti dall'acqua gelida e dalla corrente che li trasportava lontano.
Dopo il ricovero in ospedale, dove Nunziato arrivò in stato di ipotermia e vi rimase circa un mese, per il 46enne di Francavilla iniziò il calvario giudiziario chiuso lo scorso 5 novembre con l'assoluzione in appello, dopo che in primo grado il tribunale di Chieti l'aveva condannato a due anni di reclusione per aver causato il naufragio del suo motopeschereccio e per aver violato le norme di sicurezza.
«Non avrei mai immaginato di ritrovarmi intrappolato in questa situazione. In quei tragici momenti pensavo solo alla mia famiglia e a mia figlia, loro mi hanno dato la forza di lottare per la sopravvivenza. Quando la barca è affondata, dopo che le reti da pesca rimasero incagliate all'ecoscandaglio, mi sono messo addosso Eddy, che faceva più fatica di me. Lui mi diceva “Lasciami qui e salvati almeno tu”, ma io gli rispondevo 'insieme siamo venuti e insieme torniamo a casa”».
Attimi drammatici che Nunziato ricorda come se fossero avvenuti ieri: «Dopo che Farias ha dato l'allarme con il telefono», prosegue il pescatore francavillese, «sono partiti i soccorsi. Io li vedevo, ma loro non vedevano noi. Quindo ho notato che le motovedette stavano rientrando nel porto di Ortona, era ormai notte e tra me e me ho pensato che fosse finita. L'ultimo gommone della Capitaneria è ripassato vicino alla nostra posizione, in linea d'aria con la rotonda Michetti. Ho urlato come un disperato. Lì ci hanno intercettato, hanno spento il motore e sono venuti verso le nostre voci».
Quindi, ecco il momento del salvataggio: «Siamo stati caricati a bordo e portati in ospedale. Eddy stava peggio di me, ma entrambi ce la siamo cavata».
Poi l'iter giudiziario: «Devo ringraziare l'avvocato Luca Paolucci e il suo collega Rocco Domenico Maddestra che mi hanno supportato anche quando, dopo la sentenza di primo grado che mi condannava, io non volevo andare oltre. Oggi, mi sento un uomo rinato. Dopo due anni in cui ho avuto il terrore dell'acqua sono finalmente tornato in mare, perché la pesca è il mio mestiere. Ogni anno il 16 dicembre festeggio una nuova nascita, perché a me il destino ha concesso un seconda opportunità. Ancora non riesco a tornare nello specchio d'acqua dov'è avvenuto il naufragio, ma mi sono ripromesso che prima o poi lo farò. Intanto, ho ripreso in mano la mia vita e la sentenza della Corte d'appello ha messo il punto su una vicenda drammatica e che per fortuna sono qui a raccontare. Adesso, voglio godermi ogni singolo giorno».
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