«Attenti a come usate i cellulari» Studenti a lezione dalla polizia

13 Novembre 2018

All’Aurum oltre 200 alunni di diverse scuole all’incontro con gli esperti della Polpost Abruzzo «Ogni cosa che avviene in rete ha conseguenze sulla vita reale, anche una foto inviata su whatsApp»

PESCARA. Il pericolo è sempre dietro l’angolo, in rete. E il rischio di combinare «pasticci» con il telefonino o con il tablet è altissimo. Ecco perché bisogna stare «molto attenti» ed è importante sapere alcune nozioni fondamentali, che i giovani ignorano pur essendo i primi in pericolo. Queste informazioni vengono veicolate dal personale del compartimento della polizia postale e delle comunicazioni Abruzzo che incontra gli studenti nelle scuole per promuovere la prevenzione. Ieri una giornata speciale di lezione si è svolta all’Aurum, dove si chiude oggi l’esposizione del Museo storico itinerante della polizia organizzato dall’Associazione nazionale polizia di Stato, guidata da Roberto Cutracci. In cattedra Gian Mauro Placido, che ha parlato a circa 200 studenti del liceo classico, del Tito Acerbo, dell’Aterno Manthoné e della Pascoli di Pescara, e poi dell’Alessandrini di Montesilvano e del Michetti di Francavilla.
Ai nativi digitali, come vengono chiamati i giovani di oggi che hanno un rapporto strettissimo con la rete, è stato spiegato quanto sia «pericoloso usarla, ad esempio condividendo foto e video. Il contenuto del messaggio che inviate ad un gruppo di whatsapp dopo due ore è su internet e sta facendo il giro del mondo», ha detto Placido allarmando i presenti e chiedendo di «fare attenzione ai contenuti che inviate» anche perché il rischio è che vengano tirati in ballo i genitori. A chi pensa di essere anonimo, Placido ha lanciato un messaggio chiarissimo: «Sappiate che siete tracciati, la rete conosce il vostro numero di telefono, l’identificativo della sim, la zona in cui vi trovate». Usando un linguaggio adatto alla sua platea il rappresentante della polizia postale ha detto: «Usare la rete è come mettere il dito nel barattolo della marmellata: lasciate il segno». E se il contenuto che si diffonde riguarda un ragazzino picchiato dai coetanei?
«Il bullismo è un fenomeno grave, una violenza che avviene in uno spazio e in un tempo definito», ad esempio nel cortile di una scuola durante l’ora di lezione. Quando il video di quella violenza approda in rete passando ad esempio per Youtube, i concetti di spazio e tempo non esistono più. «Non siamo più nel cortile di una scuola, ma in una rete geografica mondiale e non c’è più una delimitazione di tempo. Non essendoci la percezione sensoriale il cyberbullo è più aggressivo, mentre la vittima sa che tutti vedono quel video». Non si pensi, quindi, che internet sia un ambiente virtuale, perché «ogni cosa che avviene in rete ha conseguenze sulla vita reale». Altro suggerimento prezioso. «Usiamo la testa prima di scaricare le applicazioni sul telefonino perché non sono né sicure né gratuite». Le app (come una semplicissima torcia) possono sembrare gratuite, perché non si pagano. «O meglio, non pago con i soldi ma pago con la mia privacy perché accetto di condividere i dati personali che ho sul telefono. Poi, una volta che i finiscono in rete, ne avete perso il controllo e non sapete chi li gestisce e dove», ha detto ancora Placido ai giovani attenti e, in alcuni casi, molto informati sui segreti della rete (ma non sui veri pericoli che nasconde). E cosa può accadere? «Qualcuno può usare il vostro account di Facebook o di Whatsapp e contattarvi per un appuntamento nella vita reale, per adescarvi. Ecco perché dovete interagire solo con persone con cui avete rapporti nella vita reale. Poi se avete assistito a un episodio di cyberbullismo lo dovete raccontare», ha consigliato. «Bisogna farlo subito perché la rimozione di video dalla rete non sempre è possibile o immediata (potrebbe essere necessario rivolgersi all’autorità giudiziaria di altri paesi) ma il danno potrebbe essere già fatto. Si pensi che le vittime di questi episodi si uccidono dopo pochi giorni». Per chi volesse segnalare rimanendo anonimo c’è una app da scaricare sul telefonino, “YouPol”: da aprile a settembre è stata usata per inviare 40 segnalazioni in questura per droga e 8 per bullismo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA