Autismo, troppi casi non diagnosticati

2 Aprile 2016

L’esperto: occorre intervenire entro i primi 36 mesi di vita

PESCARA. Tra dieci e venti mesi. E' questa l'età giusta per osservare il comportamento del proprio bambino. Vedere se interagisce con le persone piuttosto che con le cose, se sorride, se risponde agli stimoli. E' in questa fase che si inizia a capire se qualcosa non va, e se il genitore se ne accorge gli approfondimenti sono obbligatori. Oggi è la Giornata mondiale della consapevolezza sull'autismo.

La letteratura medica conferma che più precoce è la diagnosi di disturbo dello spettro autistico, più i risultati della riabilitazione sono buoni. A Pescara i bambini con accertata diagnosi di autismo sono 150. Ma, riferiscono gli esperti, si tratta di un dato minimo, certificato da quelle famiglie che hanno ad esempio accesso al sostegno scolastico e sociale. In Italia si stima che sia affetta da autismo una persona su cento. Renato Cerbo, direttore di Neuropsichiatria infantile dell'ospedale di Pescara, fa l'appello ai pediatri, primi interlocutori dei genitori: «Siete formati e avete gli strumenti: non sottovalutate le perplessità delle mamme e dei papà».

Quali sono i campanelli di allarme che la famiglia deve saper riconoscere per approfondire l'indagine su un eventuale disturbo di autismo?

«Prima dei dieci mesi è difficile osservare i comportamenti del bambino. Dopo questa età il genitore deve osservare l'interazione del figlio con le persone e con le cose. Se gli manca il sorriso "sociale", quello che arriva dopo uno stimolo o per imitazione, se non ha interazioni di sguardo, se non si gira quando viene chiamato, ad esempio, potrebbe esserci qualcosa che non va. O ancora se il piccolo non mostra interesse verso la mamma o verso il papà, se non allunga le braccia per essere preso in braccio, non imita. Questi sono segnali da approfondire.Viceversa, il bambino autistico è più attratto dalle attività stereotipate, quelle che si fanno sempre allo stesso modo, ad esempio con un gioco. E' attratto più dalle cose che dalle persone, ha difficoltà nell'interagire socialmente e nel comunicare».

Come si fa e chi fa una diagnosi di autismo?

«Il primo servizio di prossimità è il pediatra, che ha strumenti e metodi per verificare se sia opportuno un approfondimento da uno specialista. Il pediatra con test sul bambino e sul genitore, e grazie al loro racconto della quotidianità, indirizza o no dal neuropsichiatra infantile. Poi, lo specialista fa una valutazione clinica che non è basata su marker biologici, che nel caso di questa patologia non ci sono, ma su osservazioni libere e test psicodiagnostici. Nel caso in cui avvenga dopo tutte queste verifiche una diagnosi di autismo, viene avviato un programma di riabilitazione che dà risultati positivi quanto più la diagnosi è fatta per tempo».

Fondamentale intervenire nei primi anni di vita, dunque.

«Sì, direi entro i tre anni. Se l'autismo è diagnosticato in questa fase, vi sono molte situazioni in letteratura medica che confermano che si può uscire dalla condizione autistica. Parlare di guarigione è un termine un po' forte, si parla di optimal outcome, di ottima riuscita. Dopo i 36 mesi inizia a decadere la plasticità del sistema nervoso, e quindi il percorso di riabilitazione è più lungo e difficile, anche perché il bambino nel frattempo non ha sviluppato alcune aree del cervello deputate alla comunicazione, i circuiti neuronali si connettono in modo sbagliato».

In Abruzzo c'è un centro regionale all'Aquila.

«Sì, l'ho creato nel 1997 quando la materia era ancora ignorata e le diagnosi tardive, e l'ho diretto fino al 2011. Il centro è un ottimo riferimento, ma più utile per la raccolta dati e per lo studio del fenomeno. Assai validi sono poi i servizi territoriali delle Asl di neuropsichiatria infantile che hanno al loro interno un'équipe specializzata in disturbi del neurosviluppo. In generale, tanto è stato fatto, ma tanto c'è ancora da fare soprattutto in termini di miglioramento dei servizi per l'età adulta. Anche la qualità della vita dell'adulto autistico può essere migliore attraverso servizi meglio organizzati, come quelli del "dopo di noi", cioè di chi si occupa del disabile quando vengono a mancare i riferimenti familiari».

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