«Avere doppioni sul territorio non vuol dire essere migliori»

L’analisi dell’assessore Paolucci. Che non si spaventa di fronte a questi numeri ancora negativi E spiega i ritardi: «Se hai tanti centri non puoi garantire alti investimenti tecnologici»
PESCARA. Assessore Silvio Paolucci, il rapporto dell’Agenas sul Piano nazionale degli esiti pone l’Abruzzo agli ultimi posti in Italia per qualità del servizio. Eppure siamo appena usciti dal commissariamento incassando un buon punteggio sui Lea, i Livelli essenziali di assistenza. Com’è possibile?
«Sono due questioni diverse. Con i Lea ti valutano se eroghi i servizi in modo appropriato o se hai attivato la rete emergenza-urgenza. Inoltre ti monitorano il livello degli screening oncologici, la medicina preventiva, la territoriale e residenziale. Il Piano nazionale degli esiti concentra la valutazione degli esiti delle cure rispetto al volume di attività e alla durata della degenza. Sui Lea posso anticipare che il punteggio è incrementato in modo notevolissimo e nei prossimi giorni verrà reso noto dal ministero. Con il piano degli esiti siamo sulla nuova frontiera, sulla nuova sfida che sta mettendo in campo la Regione attraverso la nuova programmazione sanitaria. Ora, mentre sono certo che sui Lea abbiamo fatto un balzo in avanti, sono consapevole che per quanto riguarda gli esiti dobbiamo lanciarci un po’ di più».
Ma come possiamo spiegare il risultato deludente della nostra regione rispetto alle altre? L’Agenas stima che un terzo degli ospedali abruzzesi eroga prestazioni di bassa qualità contro il 10% della media nazionale.
«Intanto dire che un terzo degli ospedali è in questa situazione non vuol dire che un terzo delle prestazioni sia di bassa qualità».
Perché all’interno dello stesso ospedale possiamo trovare ottime prestazioni?
«Certo, il punto è l’enorme frammentazione che abbiamo nell’offerta. La riprova è che quando una piccola struttura come l’ospedale di Ortona smette di fare la fotocopia dei grandi ospedali e si specializza, comincia a dare ottimi risultati dal punto di vista degli esiti, come infatti registra l’Agenas.Perché specializzarsi vuol dire concentrare risorse e casistica».
Ci fa un esempio?
«Facciamo l’esempio della protesi dell’anca. In questo caso l’attesa preoperatoria è determinante in termini qualità della vita del paziente e della sua sopravvivenza. E’ evidente che se concentri la casistica avrai esiti buoni, se resti con la frammentazione che abbiamo ereditato, puoi scommettere che i buoni risultati tarderanno ad arrivare. Con il piano di riordino stiamo andando nella direzione giusta».
Nella classifica degli esiti incide anche la qualità delle professionalità?
«Certamente l’organizzazione aziendale e la scelta dei giocatori sono importanti. Ma quello che spetta al governo regionale è di mettere in campo la migliore programmazione. E per farlo dobbiamo concentrare l’offerta, al netto delle strumentalizzazioni demagogiche. Capisco che sia controintuitivo: ma avere trenta centri diagnostici sparsi sul territorio non dà più qualità».
Un altro aspetto da considerare è quello delle risorse e della dotazione strumentale, che non sempre appaiono all’altezza.
«Anche questo aspetto è legato alla frammentazione. Se hai tanti centri non puoi garantire alti investimenti tecnologici. In conclusione occorrono meno strutture ospedaliere e più strutture territoriali. E il fatto di rendere pubblico il Piano nazionale degli esiti fa capire che il riordino della rete ospedaliera era necessario per aumentare la qualità delle prestazioni. E forse mette allo scoperto l’ipocrisia di chi fa della demagogia sulla sanità».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

