Baldassarre, Yale e la sauna «Quanti intrecci là dentro»

8 Novembre 2015

Da Cepagatti al Venezuela, il pioniere dello sport che ha sfornato talenti

PESCARA. «Io? Non ho mai fatto sport, al massimo si giocava con una palla fatta con le maglie vecchie a lu Trattur, dove passavano le pecore. Prima bisognava togliere le pietre, e poi si giocava».

E chi glielo avrebbe detto a Gino Baldassarre, classe 1937 da Villanova di Cepagatti, che invece sarebbe diventato un pioniere dello sport creando il primo centro sportivo della città quando, nel 1970, c’erano solo le piscine Le Naiadi. Un centro, Yale, nato in via Gole di San Venanzio, alle spalle di quello che è oggi il nuovo ospedale, con l’idea dei grandi club all’americana dove oltre alle migliaia di bambini che hanno frequentano i corsi di basket, pallavolo, tennis, nuoto e ginnastica artistica, nei fine settimana si dava appuntamento l’alta borghesia cittadina, politici e imprenditori che sui campi da tennis o nella sauna, la prima in città, combinavano affari e pure qualche intreccio sentimentale. «È stato tutto grazie al Venezuela» dice Baldassarre prima di iniziare a raccontare una vita che sembra un romanzo, tra lupare, animali della giungla e rapinatori. «Mi ha salvato la furbizia, ma pure la fortuna».

Ci racconti.

Sono il secondo di tre figli, tra Antonio e Luisa. Mio padre Saverio tirava la breccia per le strade con i cavalli e io ho iniziato a lavorare con lui già a 14 anni quando lasciai la scuola. Un anno dopo mio padre riuscì a comprare un trattore per lavorare sulle strade, spese un sacco di soldi ma ci uscì un lavoro in Sicilia. Andammo a lavorare là, con il trattore nuovo, io e mio fratello, a fare la strada tra Caccamo e Termini Imerese. Mi prese in simpatia un capo cantiere, che mi invitò a mangiare a casa sua e là conobbi sua figlia. Non so se si può raccontare.

Certo, è acqua passata.

Insomma iniziò una simpatia. Si facevano le feste, andavamo a ballare e facevamo le gare e là, a Caccamo, si usava che chi vinceva ballava sul tavolo. Toccò pure a noi che vincemmo e io d’istinto le diedi un bacio sulla guancia. Ma fu un macello. Il padre, che chiamavano “lupara” perché girava sempre con il fucile in spalla, mi si avvicinò:“Baldassarre, lei ha disonorato nostra figlia”. Io non avevo fatto niente, ma la cosa con il passare dei giorni divenne pesante, perfino il maresciallo dei carabinieri, mi rimproverò. Poi si ripresentò il padre, che aveva chiuso la figlia a casa, non la mandava neanche a messa, e con la lupara a vista si tirò su la cintura dei pantaloni e mi disse “Baldassa’, ch’emm a ffa’?”. Me ne tornai a casa e chiesi a mia madre Ninetta di farmi emigrare in Venezuela, dove c’era mio cugino che lavorava sulle strade e guadagnava un sacco di soldi.

E sua madre accettò?

Sì, convinse mio padre che ce l’aveva con me per la storia del bacio. Andai da Cagidemetrio, che aveva l’agenzia di viaggi in via Battisti, e proprio Cagidemetrio mi fece subito la richiesta di lavoro. Con il biglietto per la nave, il viaggio durò un mese, pagai 154mila lire. Avevo 17 anni. Sulla nave facevo il chierichetto e il prete m’insegnò parecchie parole in spagnolo.

In Venezuela che cosa fece?

Raggiunsi mio cugino che stava a 4-5 ore da Caracas, a Turen. Ma era tutta foresta. Ci portarono in 5, 6, con una jeep in mezzo alla giungla e ci lasciarono lì a lavorare. Dormivamo in un box in lamiera sospeso. La notte si sentivano i versi degli animali feroci, è stato un incubo. Dopo sei giorni decisi di tornare in Italia, ma successe l’incredibile.

Che cosa?

In albergo a Caracas, dov’ero tornato per riprendere la nave, trovai un amico di Cepagatti, Mario Antrodicchio che lì faceva il farmacista. Fu lui che mi convinse a restare. Conosceva un italiano che stava facendo una strada lì vicino. Lo chiamavano il friulano. Entrai subito nelle sue simpatie, vide che sapevo lavorare, mi mise a coordinare tutti gli operai e poi mi finanziò un trattore. E iniziò la mia fortuna. A poco a poco feci un’impresa con dieci camion, 7, 8 operai, feci arrivare anche mio fratello, mio cugino. Ma arrivò pure la sfortuna.

Cioè?

Tra il 1956 e il 1958, mentre scendevo da un camion mi venne l’ernia al disco, mi ingessarono dovetti tornare in Italia, a Bologna, ma mi consigliarono un centro a New Orleans. Ci andai e in 15 giorni mi rimisero a nuovo. Tornai in Venezuela, in quegli anni l’impresa crebbe, facevamo strade, ponti, fino al confine con la Colombia. Fu in quel periodo che subii la prima rapina, con i banditi mascherati che con le pistole mi rapinarono i soldi delle paghe del venerdì. Mi tolsero tutto, anche l’orologio d’oro. La seconda volta mi feci furbo, portai con me il geometra e diedi a lui la valigia con i soldi. Ma in mezzo alla strada di nuovo mi fermarono i banditi, mascherati, armati, mi fecero scendere dall’auto, mi massacrarono di botte, anche alla testa che in un punto mi fa ancora male. “Donde està la plata” mi ulravano ma io non ce l’avevo. Mi lasciarono a terra mezzo morto, mi soccorse un camionista. E anche quella volta decisi di tornare a casa, in Italia. Svendetti l’impresa e me ne tornai, meglio la salute dei soldi.

Che anno era?

Il 1968. Avevo già comprato un terreno di 1.500 metri. L’idea con mio fratello era di farci un magazzino per imbottigliare il vino, ma in Venezuela, proprio per l’ernia al disco andavo in una palestra super accessoriata e mi venne l’idea di farne una così anche qui. A Pescara all’epoca c’era solo Le Naiadi. Io pensavo proprio a un club. E cominciai con palestra e piscina.

Il marchio chi l’inventò?

Gabriele Pomilio, è lui che ebbe l’idea di fare la palla, i pesi e l’onda. Invece il nome lo decisi io, un ingegnere del Venezuela aveva il figlio all’università di Yale, mi era sempre sembrata una cosa meravigliosa. Nel 1970 poi comprai altri terreni dove feci due campi da tennis e due di basket, mi si avvicinò Gaetano D’Urso, che il sabato e la domenica veniva a giocare a basket con Emilio Alessandrini, il giudice, il papà del sindaco.Se mi sono messo nel basket lo devo proprio a loro che mi diedero una grossa mano.

E la sauna?

Una cosa mai vista allora a Pescara. Una sauna da 12 posti, quante corna sono successe là dentro. Ma ci venivano tutti. Politici, imprenditori, costruttori. Carlo Lizza e Marchegiani, il dottore delle analisi erano sempre qui il sabato mattina. Ma venivano le famiglie intere. C’era la piscina, la sauna, la palestra, due estetiste, il bar con Sergio D’Isidoro, tre campi di basket più uno scoperto, tre campi da tennis, il parcheggio interno.

E durante la settimana s’inventò anche il pullmino.

Fu un’altra novità. Ma erano tempi diversi, adesso si rischia che il bambino lo riporti a casa e non c’è nessuno ad aspettarlo, con le mamme che lavorano e tutti questi divorzi.

Quanti bambini hanno frequentato Yale?

Impossibile fare un conto. Posso dire che un anno arrivai ad avere 450 bambini iscritti ai vari corsi. Mi ero inventato pure le borse per gli iscritti. Pure quelle le avevo viste in Venezuela. Me le facevo fare da Raccuglia, in via Raffaello, e poi passai ai fratelli Formoso in via Fabrizi.

Ma ha fatto tutto da solo?

No. Io ho dato tanto a Pescara, ma anche la città mi ha dato tanto. Allora nello sport si investiva, parliamo degli anni Settanta e Ottanta. Gli stessi politici erano molto più sensibili di adesso. Casalini su tutti, ma anche Piscione. Basti pensare che un anno, quando c’era Galeota e il Pescara retrocesse, il sindaco convocò tutti i costruttori all’hotel Primo vere e gli fece versare un tot a testa per aiutare la squadra. La politica ci teneva allo sport e da me venivano tutti. Ma nessun politico può dire che Baldassarre gli ha chiesto qualche cosa.

Però l’hanno aiutata.

Eccome, lo stesso Casalini, diceva ai costruttori di darmi una mano. Ma era tutta gente che frequentava il centro, erano amici. Il primo sponsor fu Buta corredi, poi Pozzolini, Cantatore con la Ggs, Briosi dei legmani. Erano tutte persone che frequentavao il centro, soprattutto per la sauna e il tennis. E già, perché pure nel tennis ho avuto grandi soddisfazioni, venne anche Pietrageli a un raduno tecnico nazionale nel 1977. Si facevano i tornei, venivano a premiare gli assessori, i sindaci. Arrivò pure la pallavolo con Guetti, e la ginnastica artistica: arrivammo ai campionati nazionali.

Il suo sport preferito?

Il basket. Mi sono divertito tanto.

Il periodo più magico?

La stagione 1979-80 quando battemmo l’A&O del presidente Schiazza. Il nostro allenatore era Porretti, che allena ancora da noi. Vincemmo con Pulin, Lestini, Odorisio, Sponsilli, Maurizio Palermo. Mi ricordo il derby,nell’A&O,l’allenatore era Ricotta, che aveva giocato pure con noi, e Schiazza ci fece trovare delle corna giganti al palazzetto. Ma vincemmo il campionato e andammo in C1. E facemmo la fusione con l’A&O. Poi cominciò il basket femminile con Sandro Mungo, Alessandro D’incecco, Patrizia Tormenti. Con le donne arrivammo fino alla B, una grande soddisfazione con quelle ragazze.

Ma c’è stato un campione?

Stefano Rajola, grande talento che gioca ancora. Ma pure Elio Lestini, Angelo Pulin. Ma qui sono passati anche Di Donato che gioca all’Amatori e Antonello Giordano che là fa il direttore sportivo.

Qualcuno ricorda le sue sfuriate...

E sì ogni tanto le facevo. Soprattutto per i capelli, avevo la mentalità all’americana, chi giocava doveva avere i capelli corti.

E adesso che fa?

Alla fine con lo sport ci ho rimesso, anche se mi continua a dare tante soddisfazioni e a dicembre il Coni mi premia con la Stella d’argento al Merito sportivo. Tuttora sono presidente del comitato provinciale della federazione Basket, ma ho dato in gestione i campi da tennis e la piscina. Mi tengo il basket per passione, ma anche quello l’ho dato a un gruppo di genitori che portano avanti la squadra con Fulvio Traino. Io sono sempre presidente, ma ora che le due figlie sono grandi mi voglio riposare con mia moglie Annamaria.

Ma alla fine un po’ di sport l’ha fatto?

Sì, ora. Gioco a golf.

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