Bambini intossicati a mensa: il processo perde le parti offese

22 Gennaio 2020

Le famiglie hanno ritirato le querele dopo l’accordo con Cir Soltanto il Comune resta parte civile per chiedere i danni

PESCARA. Perde tutte le parti offese, il procedimento per la maxi intossicazione alimentare: quella che nel maggio del 2018 fece finire in ospedale 110 bambini colpiti da intossicazione da Campylobacter (in totale furono 222 i bambini interessati) per un pasto consumato nelle mense delle scuole comunali di Pescara.
Nella prima udienza preliminare di ieri davanti al gup Elio Bongrazio, è stato fatto il punto sulle 113 parti offese che figuravano nella richiesta di processo a carico degli otto personaggi individuati dal pm Anna Benigni quali presunti responsabili di quello scandalo delle mense.
Quasi tutte le parti offese (all'appello ne mancano soltanto tre che stanno definendo la loro remissione di querela) nei mesi precedenti, e subito dopo l'avviso di conclusione delle indagini, sono stati risarciti dalla Unipol, l'assicurazione della Cir che nel procedimento è presente con quattro dei suoi rappresentanti. Il gup, per un'omessa notifica dell'udienza ad uno degli imputati, è stato costretto a disporre il rinvio al 14 aprile prossimo. Tempo più che congruo per definire anche la liquidazione del risarcimento alle ultime parti offese che sono a un passo dalla conclusione della trattativa con l'assicurazione. L'unica parte offesa che si costituirà parte civile, resta dunque il Comune di Pescara che ieri ha già annunciato al giudice che alla prossima udienza chiamerà a rispondere il responsabile civile della società che si era assicurata la gara d'appalto milionaria (17 milioni di euro per la gestione di tutte le mense comunali di Pescara) insieme alla Bioristoro che è uscita indenne da questa vicenda giudiziaria.
Senza le famiglie dei bambini intossicati, per gli imputati si potrebbe quindi aprire la strada per una definizione davanti al gup con dei possibili riti alternativi. Gli imputati sono i quattro rappresentanti della Cir Food e quattro che rappresentano le due ditte produttrici di formaggi (il prodotto finito nel mirino della magistratura per la presenza del Campylobacter responsabile dell'intossicazione alimentare) coinvolte: Christian Savini e sua madre Maria Luisa Di Nicola della "Savini & Di Nicola" di Vicoli, e Angelo ed Eleonora Leone, titolari del caseificio "Leone" di Sulmona. Con loro ci sono il procuratore speciale della Cir, Marcello Capuzzi, che firmò i contratti di appalto; Massimo Merenda, direttore acquisti; Anna Flisi, responsabile dei sistemi di certificazione; e Fabrizio Gazzo, il supercontrollore degli alimenti.
Una inchiesta piuttosto complessa, portata avanti dalla procura con il prezioso apporto nelle indagini dei carabinieri forestali e dei Nas. Gli investigatori furono costretti a svolgere le indagini facendo un percorso inverso per arrivare a individuare chi aveva messo in commercio quelle caciotte incriminate, responsabili, come accertarono anche le analisi effettuate dall'Istituto Zooprofilattico di Teramo, di quella maxi intossicazione. Questo perché, dopo una prima fornitura di formaggio, la ditta Savini si rivolse al caseificio Leone per poter far fronte al consumo richiesto. Ma questo avvenne senza che i Leone figurassero, così come previsto dal capitolato di gara, fra le ditte fornitrici ufficiali dei prodotti alimentari che, soprattutto quelli caseari, dovevano essere confezionati con latte pastorizzato, mentre invece i Leone utilizzavano latte crudo rigorosamente vietato proprio perché avrebbe potuto provocare conseguenze come quelle che si sono verificate.
Capuzzi e Merenda, insieme a Savini e Di Nicola devono rispondere di frode nelle pubbliche forniture per aver violato il capitolato di gara; Gazzo, Flisi e i due Leone, invece, devono rispondere di commercio di alimenti nocivi e di lesioni personali colpose, in quanto i due della Cir non avrebbero eseguito quel numero di controlli richiesti nel capitolato sui prodotti somministrati nelle mense.