Banche locali, occasione mancata

10 Febbraio 2020

L’analisi dell’economista Giuseppe Mauro: oggi molti depositi e pochi prestiti

PESCARA . Il ruolo del sistema del credito, in una regione, l’Abruzzo, che non ha ancora riassorbito gli effetti della crisi, e dove le sofferenze bancarie sono fra le più alte d’Italia. Ne parliamo con il professor Giuseppe Mauro, ordinario di politica economica all’università d’Annunzio.
Professore, iniziamo dagli ultimi sviluppi?
«Il commissariamento della Banca Popolare di Bari ha portato all’attenzione la questione creditizia della nostra regione. I sindacati hanno giustamente sottolineato l’ipotesi di una ristrutturazione dell’istituto che condurrebbe a un ridimensionamento dei livelli occupazionali. Si tratta di una giusta e legittima posizione. Tuttavia credo che la situazione dell’Abruzzo ponga problemi di più ampio respiro, proprio alla luce di quello che rappresenta il credito in un sistema economico».
Nel passato sono stati commessi degli errori?
«Bisogna partire da lontano, e dal fallito tentativo per responsabilità politica di aggregare le 4 casse di risparmio. Una sola cassa d’Abruzzo, che all’epoca poteva detenere da sola il 51% del mercato del credito regionale contro il 28% della media nazionale, mentre l’insieme delle banche locali aveva un’incidenza del 70%. Vale la pena sottolineare che il fallimento di questo progetto avvenne in una fase di profondo mutamento, con il passaggio a un sistema concorrenziale teso a fare banca secondo una logica imprenditoriale ispirata a criteri di efficienza gestionale».
In che misura ha inciso la crisi ?
«Si sono determinate due importanti fratture: la prima riguarda l’effetto devastante sull’economia reale, basta guardare il Pil l’occupazione, la seconda riflette l’uscita dal circuito creditizio delle banche locali, e segnatamente delle casse di risparmio, due delle quali sono state commissariate. I numeri sono impietosi; l’Abruzzo nel 2008 poteva contare su 14 banche e 704 sportelli. A fine 2018 le banche con sede locale nella regione sono soltanto 8 e gli sportelli 549, il 22% in meno. Le uniche banche locali sono le banche di credito cooperativo. Il loro ruolo sul mercato creditizio regionale sta diventando sempre più significativo in uno s forzo continuo di coniugare la mutualità e l’efficienza, i valori tradizionali con i cambiamenti dei tempi, il localismo con la redditività».
Il cambiamento dello scenario come ha inciso sull’economia della regione?
«Il punto fondamentale di questo discorso è che il mutamento degli operatori creditizi ha comportato, dall’avvio della crisi, una progressiva riduzione della crescita del credito in Abruzzo. I prestiti alle imprese nel settembre 2019 registrano lo steso livello dell’anno precedente: ma il credito alle micro e piccole imprese fa evidenziare un calo di circa il 2,7% (nel Mezzogiorno è sceso dell’1%). I depositi aumentano, è vero, del 2,8% ma nel Mezzogiorno il valore è del 5,2% e in Italia del 6,6%. La cosa che più colpisce è l’andamento dei prestiti che sembrano essere sostanzialmente uguali a quelli di 10 anni fa, circa 22 miliardi».
E, dal punto di vista dei depositi, altro indicatore dello stato di salute di un sistema, cosa succede?
L’aspetto che merita di essere evidenziato è che esiste un differenziale tra depositi e prestiti di oltre 4 miliardi di euro, con i depositi che si attestano sui 26 miliardi. Significa che vi sono risorse che rimangono oziose, che non vengono impiegate, a differenza di quanto accade nelle altre circoscrizioni del Nord e del Centro Italia, dove gli impieghi superano la raccolta».
Come interpretare questo fenomeno?
«La domanda di credito è bassa perché gli investimenti sono bassi, e perché c’è un clima di incertezza. Se andiamo a vedere le “sofferenze” l’Abruzzo è fra le prime regioni italiane. Dal lato delle banche si assiste a deterioramento della qualità del credito, nonché a un aumento dei costi che devono sopportare a causa dei vincoli imposti dalle autorità centrali (Bce e Bankitalia). L’effetto è che si interrompe il circuito virtuoso banche-impresa e quindi, da un lato vengono colpite le piccole e medie imprese che si trovano in fase di transizione e che vogliono affrontare le sfide del cambiamento; dall’altro lato, i mancati impieghi fanno sì che venga meno l’intero sistema produttivo in un contesto in cui pur essendoci molta liquidità, questa non trova la giusta collocazione. È quantomai necessario che il rapporto tra le esigenze delle imprese minori e quelle del sistema bancario trovino un giusto equilibrio. Le misure del governo regionale in maniera creditizia gestite dalla Fira possono contribuire a stimolare questo processo».