Barberini e quell’incontro con D’Annunzio a 18 anni

5 Gennaio 2017

Studente del Classico in gita al Vittoriale, parlò con il Vate che gli strinse la mano L’ex preside curò anche la ricerca sulla discendenza del nome Adriatico da Atri

PESCARA. La concentrazione dello studioso cedeva il passo ogni tanto a una certa autoironia, così Francesco Barberini, decano dell'insegnamento pescarese scomparso il 3 gennaio scorso, a volte scherzava sul fatto che proprio lui, marchigiano, avesse dato la vita a un paziente studio della storia abruzzese antica e recente. Ieri l'addio nella chiesa di Sant'Antonio, dopo una vita che ha sfiorato il secolo – Barberini era nato a Fano nel 1919 – e che si è chiusa a 98 anni nella sua casa di Pescara, dov'era anche il suo studio, officina di ricerche e pubblicazioni, letterarie e storiche, per decenni. Francesco Barberini è stato professore e poi preside liceale, ma anche docente universitario, tra Atri e Pescara, per ben 47 anni.

LA BATTAGLIA PER ATRI. Nella vetusta città teramana aveva trovato l'amore – sua moglie Filomena Eugeni, accanto a lui fino all'ultimo, è di famiglia atriana – e proprio ad Atri aveva avuto le prime soddisfazioni come insegnante, storico e giornalista al Gazzettino Atriano. Un po’ d'amore glielo aveva però restituito ad Atri, se non altro per la battaglia filologica che ingaggiò in campo nazionale perché fosse affermata la paternità della Hatria abruzzese e non della Adria veneta sul nome del nostro mare. Quell'Adriatico che accomuna Fano e Pescara, la terza città del cuore per lui, come ricordava Barberini, dove ha formato generazioni di professionisti, tra il liceo classico e lo scientifico, e dove ha sempre risieduto assieme alla moglie e al figlio Eugenio, oculista, da cui ha avuto i nipoti Francesco e Marco. Il legame adriatico tra la città natale e la città d'adozione ha rappresentato per Barberini anche la causa di una passione, quella per Gabriele d'Annunzio, che lo ha accompagnato dagli anni della maturità fino agli ultimi tempi, passando per la parentesi dell'università, a Roma, quando Barberini, da studente di Lettere, frequentava la Biblioteca Vaticana e chiacchierava con Andreotti e De Gasperi.

L’INCONTRO COL VATE. D'altronde d'Annunzio lo aveva conosciuto di persona al Vittoriale, in gita scolastica da maturando classico, era il 24 marzo del 1937. Francesco, diciottenne, restava con la scolaresca in silenzio nella sala d'aspetto, ma nessuno si aspettava di essere ricevuto dal Vate. Il quale, invece, saputo che gli alunni venivano da Fano, associò la città marchigiana alla sua Pescara perché bagnate dallo stesso mare e volle incontrare i ragazzi. «Eravamo una trentina, ma notò me perché tenevo in mano la “Crestomanzia della lirica dannunziana”. S’incuriosì, mi salutò, volle stringermi la mano. Parlava piano, poco e comunemente, mi emozionai, rimasi colpito dalla sua gentilezza. Meno di un anno dopo morì. È stato il più grande artista del nostro tempo, anticipatore di tante novità, inimitabile appunto».

LE PUBBLICAZIONI. Così Barberini ricordava quell’incontro che lo stregò nell'animo, ancora giovane ma già promettente, del letterato e dello storico. «Da allora è diventato l'epicentro della mia vita» amava ripetere Barberini che negli anni di docenza al classico si è occupato della riscoperta e della celebrazione di d’Annunzio – «fino ad allora trascurato per fallaci pregiudizi politici» commentava – diffondendone la conoscenza con conferenze, articoli, saggi, con la posa del busto in suo onore dentro al liceo, nel 1958, di cui dettò pure l’epigrafe, ma anche con diversi titoli tra la sessantina di pubblicazioni che il professore ha scritto durante la sua vita, conservate al Museo delle Genti d’Abruzzo. Valente latinista, Barberini era stato anche uno strettissimo collaboratore di un autorevole umanista come Luigi Illuminati, con il quale redigeva i testi scolastici. Lo studio è stato parte integrante della quotidianità di Francesco Barberini anche nell'ultimo periodo: si stava occupando di riordinare i propri carteggi, con Illuminati, con Ignazio Silone. E già si pensa a un libro per ricordarne figura e ricerche.

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