«Basta piste ciclabili, aiutiamo i malati terminali a morire bene»

11 Novembre 2017

PESCARA. «Caro Luciano, non pensiamo a ponti e piste ciclabili da Popoli a Pescara. E basta col chiudere reparti ospedalieri», perché la popolazione dei malati va trattata bene. È il passaggio finale...

PESCARA. «Caro Luciano, non pensiamo a ponti e piste ciclabili da Popoli a Pescara. E basta col chiudere reparti ospedalieri», perché la popolazione dei malati va trattata bene. È il passaggio finale di una lettera aperta inviata al governatore D’Alfonso e all’assessore regionale alla Sanità, Silvio Paolucci, da un cittadino di Scafa, Giuseppe Nardini, che qualche giorno fa ha perso la moglie Daniela, uccisa da un tumore in fase terminale.
Il testo inviato da Nardini è un appello. A suo dire, una vera e propria supplica rivolta agli amministratori dell’Abruzzo. «Circa un mese fa», racconta, «mia moglie aveva cominciato ad accusare un dolore a un fianco, forse un colpo d’aria. Ma quel dolore, dopo due giorni, passò anche alla schiena». Dopo le prime analisi, sembrava che tutto fosse l’effetto di un banale malanno ma il dolore non passava. Per vederci chiaro, il medico di famiglia, Di Gianbattista, ordina un’ecografia. Esame eseguito a pagamento.
Eseguito il test, si comprendono l’urgenza e la gravità della situazione. Dopo una tac con liquidi di contrasto», prosegue Nardini, «elettrocardiogramma e endoscopia, i risultati erano disastrosi».
Nardini presenta subito la richiesta per l’esenzione dal pagamento dei ticket e una domanda all’Inps per la pensione civile, oltre ad accedere alle agevolazioni della legge 104 a causa della malattia terminale della moglie. «Mi hanno fissato l’appuntamento per il 9 febbraio 2018. Tra quattro mesi».
Nardini quindi si appella al governatore sperando che nella sua supplica arrivino provvedimenti immediati a sostegno dei malati. «Solo così potrete restituire ai malati un po’ di dignità e riacquistare la fiducia dei cittadini». Dopo l’esito delle indagini diagnostiche, l’avvio delle terapie antidolore.
«Lunedì 30 ottobre», scrive ancora Nardini nella sua lettera aperta, «la mia Daniela si aggrava. Comincia a non muovere più le gambe e accusa dolori lancinanti. Chiamo l’ambulanza del 118, che la trasporta al Pronto soccorso dell’ospedale di Pescara. Dopo quattro ore di attesa su una barella, insieme a un'altra ventina di pazienti, viene visitata e ricoverata nel reparto di Oncologia. Ho assistito la mia adorata moglie sette giorni e sette notti. I primi due lungo il corridoio su di una barella, insieme ad altri quattro infermi. Grande l’impegno degli infermieri del reparto. Encomiabile la professionalità e l’umanità del professor Carlo Garufi, e dei suoi collaboratori, che si sono prodigati in tutti i modi nonostante le carenze in cui sono costretti a lavorare».
Nardini conclude nel suo scritto carico di dolore: «In sette lunghi giorni, tutti i giorni, il corridoio ha ospitato pazienti in attesa della morte. Lunedi 6 novembre, alle 4 del mattino, la mia Daniela ha lasciato me, i suoi tre figli e due nipoti. Mi ha guardato per l’ultima volta e donandomi il suo ultimo sorriso. Quel che ho visto in quei sette giorni non è accettabile. So che contro questo male incurabile nulla si può fare, ma chiedo se almeno potreste trovare un modo di far morire queste persone in modo dignitoso. È possibile?». (f.c.)