Bengalese ucciso a coltellate, ci sono altri due indagati per rissa

10 Aprile 2024

Sono i coinquilini della vittima: prima del delitto è scoppiata una lite per un materasso abbandonato Il presunto assassino, in minoranza, prima è scappato e poi è tornato indietro con il coltello in pugno

PESCARA. Due bengalesi sotto accusa per rissa aggravata. L’indagine sull’omicidio di Afjal Hossan Khokan, bengalese di 44 anni, padre di 5 figli e dipendente di una paninoteca in centro, compie il passo finale. Fino alla ricostruzione di cosa è accaduto in quella mattina del 4 gennaio scorso, nei minuti precedenti al delitto nel cortile di via Gran Sasso 17. Incrociando i racconti dei testimoni e dei passanti, i carabinieri sono riusciti a rimettere insieme il film dell’omicidio.
In quello spazio a ridosso della rampa del ponte Flaiano è scoppiata una lite tra vicini di casa per un materasso da buttare lasciato fuori posto: da una parte c’era il marocchino, Brahim Dahbi, 63enne, accusato di omicidio volontario e già in carcere; dall’altra, Kohan e gli altri due bengalesi, che vivevano nella stessa casa. Uno contro tre: il marocchino protestava perché quel materasso era stato messo proprio vicino alla sua finestra. Un «banale litigio» diventato un’aggressione: accerchiato dai bengalesi, il marocchino è scappato per rifugiarsi nella sua abitazione, un tugurio in fondo al cortile. Per i bengalesi, la lite era finita lì: avevano “vinto” loro e avevano messo in fuga Dahbi; non era così per il marocchino che ha afferrato un coltello da cucina con una lama di 15 centimetri e, come una furia, è tornato nel cortile per farla pagare a Khokan. Preso di sorpresa, il bengalese è stato colpito 5 volte: la coltellata mortale è stata sferrata al cuore, così violenta da recidere l’aorta. Neanche gli altri due bengalesi – nel frattempo, uno di loro è irreperibile perché è tornato nel paese di origine – si aspettavano un’aggressione: secondo la ricostruzione dei carabinieri del Nucleo investigativo, guidati dal tenente Giuseppe Sicuro, il marocchino si è avventato su Khokan in un pugno di secondi. Cinque coltellate in sequenza rapidissima e il bengalese non ha avuto scampo: è morto sul colpo.
Dopo l’omicidio, il marocchino – anche per lui è scattato il reato di rissa aggravata – non è scappato ma ha cercato di sviare le indagini: ha lavato il coltello sporco di sangue nel lavandino della sua cucina e l’ha nascosto in cima a un mobile; si è messo una maglia sulla camicia con le macchie di sangue; si è cambiato le scarpe, anche queste con le gocce di sangue. Il marocchino, dimostrandosi collaborativo, ha raccontato ai carabinieri che sarebbe stato proprio lui il bersaglio dell’aggressione: ha mostrato agli investigatori anche una mazza di ferro e ha detto: «Con questa mi sono difeso». Ma, in quel racconto, i carabinieri hanno trovato immediatamente più di un passaggio non credibile: con quella spranga, sarebbe stato colpito in testa proprio il bengalese prima di essere accoltellato. Adesso, per chiudere il caso con il crisma di un sigillo scientifico, sono attesi i risultati dei rilievi dei carabinieri del Ris di Roma: se sul coltello trovato in casa del marocchino ci fossero proprio le sue impronte e il sangue della vittima, già rilevato con l’esame del luminol, allora gli investigatori avrebbero trovato la prova regina. A questo punto, l’indagine coordinata dal pm Andrea Papalia sarebbe chiusa: il marocchino rischia una condanna all’ergastolo.
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