Bimbo morto subito dopo il parto La Asl dovrà risarcire i genitori

6 Luglio 2022

L’azienda sanitaria condannata a pagare 230mila euro alla famiglia del piccolo nato nel 2014 Per il giudice c’è stata una condotta omissiva: «Il cesareo avrebbe ridotto il rischio di mortalità»

PESCARA. La Asl di Pescara dovrà risarcire 230 mila euro a una coppia per la morte del loro bimbo avvenuta, subito dopo la nascita, nel reparto di ostetricia e ginecologia il 25 ottobre del 2014. Lo ha deciso il giudice Patrizia Medica. Il problema ruotava attorno al fatto che la madre del piccolo, dopo solo 26 settimane di gestazione, era stata costretta a rivolgersi ai sanitari dell'ospedale civile di Pescara perché il parto era imminente e quindi prematuro. Il problema è che i medici del reparto, dovendo prendere una decisione su come far nascere il piccolo, decisero di optare per il parto naturale invece di affidarsi a un parto cesareo. E questo è il punto centrale della causa civile che l’avvocato Saverio Battista (del foro di Foggia), che ha assistito i genitori del piccolo, ha intentato e vinto contro la Asl pescarese, chiamando in causa anche la compagnia di assicurazioni della struttura sanitaria.
Il giudice si è affidato a un collegio di esperti per accertare le cause della morte del neonato e il nesso di causalità con la condotta medica eventualmente omissiva. E i due esperti nominati dal tribunale (il medico legale Antonio Tombolini, e Silvano Scarponi, medico chirurgo specialista in ginecologia e ostetricia) hanno cristallizzato le responsabilità dei medici nella loro consulenza: «Il parto cesareo avrebbe ridotto il rischio di mortalità del prodotto del concepimento, prematuro, privo di malformazioni, rispetto al parto spontaneo».
E il giudice Medica ha fatto sue quelle conclusioni, sottolineando anche un altro aspetto importante, e cioè come il «prodotto del concepimento» si presentava in posizione podalica: posizione che è sfavorevole e più disagevole se si segue la strada del parto spontaneo. «In caso di parti prematuri con feto podalico», scrive il giudice in sentenza, «le indicazioni che provengono dalla letteratura e dalla medicina dell’evidenza confermano una mortalità maggiore con il parto per via vaginale rispetto al taglio cesareo: la sopravvivenza dei neonati, con età gestazionale inferiore alla 31esima settimana, è maggiore con il taglio cesareo. Si comprende, dunque, come quest’ultimo, a travaglio iniziato, fosse scelta obbligata per ridurre il rischio di mortalità del prodotto del concepimento prematuro». E quindi, ritenute pienamente condivisibili le conclusioni formulate dai periti, «espresse dopo un attento e circostanziato esame della documentazione sanitaria, può concludersi», scrive il giudice, «nel senso della intervenuta acquisizione della prova (da una prospettiva ex ante e sulla base del criterio più probabile che non) in ordine alla sussistenza di una condotta inadeguata del personale sanitario dell’ospedale civile di Pescara che aveva privato la madre del 12 per cento di possibilità di avere un neonato (prematuro) vivo e vitale».
Quanto alla quantificazione del danno, il giudice sottolinea in sentenza che «la perdita di una persona con la quale per anni si sono condivise esperienze ed emozioni e che ha dato vita ad abitudini e ricordi è diversa dalla perdita di un rapporto che è stato sperato, ma non è mai iniziato». Per questo motivo il risarcimento è stato quantificato in maniera diversa dalla richiesta dei ricorrenti.
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