Blitz nella casa delle siringhe, ecco la vergogna di Pescara

Siamo entrati nel centro-vergogna di via Tavo. Tracce di “buchi” ovunque: qui si perdono tanti giovanissimi
PESCARA. A mezzogiorno e mezzo Slim dorme ancora, ma quasi non si vede tra gli stracci che ricoprono il suo materasso, unico comfort di questa stanza infernale dove, insieme a un altro materasso sdrucito si salvano solo una pentola e un paio di tacchi a spillo messi al riparo su una mensola in alto. Per il resto solo siringhe, un laccio emostatico, accendini e garze intrise di sangue. La cera dura delle candele per terra (perché la notte la luce non c’è), bottiglie di plastica accartocciate, in un cartone prodotti per l’igiene rubati chissà dove, una palla e poi una montagna di vestiti, compresi reggiseni e mutande buttati qua e là nello stanzone in fondo a destra. È questa la casa di Slim, tunisino di 46 anni da 30 a Pescara, che fa il “cavallo” per gli zingari e che con due giubbetti appesi a un angolo se ne sta qua, in questo “hostel” ai piedi del Ferro di cavallo, quartiere Rancitelli, dove invece abitano, e spacciano, i suoi boss.
Slim è solo uno dei tanti tossicodipendenti che abitano e frequentano l’”asilo”, il centro polifunzionale inaugurato nel 2008 dal Comune nel parco di via Tavo. Quando, ieri mattina, dopo l’invito-provocazione del direttore del Serd Pietro Fausto D’Egidio sul Centro («andate a vedere che succede lì dentro, ci sono minorenni strafatti a qualunque ora del giorno e della notte») piomba, con il Centro, l’assessore comunale alla manutenzione dei parchi Adelchi Sulpizio con i vigili urbani, ci sono già i carabinieri in borghese ed è il fuggi-fuggi lungo il corridoio della struttura super moderna con i pannelli fotovoltaici sul tetto e la cacca negli angoli. Perché qui dentro hanno rubato tutto, i tavoli, le sedie, la caldaia, i cavi in rame, anche i wc. E così ci si arrangia.
Ma quello che colpisce sono le siringhe, decine, centinaia, buttate a terra non solo in mezzo ai rovi e alle sterpaglie del giardino dove s’intravedono ancora scivoli e altalene, ma anche dentro l’edificio dove più entri e più non si respira.
Nella stanza opposta a quella che Slim condivide con altri fantasmi, c’è uno stanzone ancora più grande e questo sì che sembra il salotto del buco: quattro sedie, due tavolini, un cucchiaino e una specie di taglierino. È tutto quello che serve. Di minorenni, però, non se ne incontrano. «Ma chi li ha mai visti», dice un ragazzo con la faccia scavata che qui dentro sembra di casa, «si scandalizzerebbero, rimarrebbero sconvolti i ragazzini di 13 anni». Esce da una stanza una ragazza bionda, canotta fucsia e bei lineamenti, sciupati dalla vita che fa: «Sono lituana. Qui ci dormo, ma dormo dove capita» dice prima di essere identificata dai carabinieri e incamminarsi poi lungo via Tavo.
La spazzatura è ovunque, compresi i resti della merce rubata che i tossicodipendenti vanno a proporre ai loro fornitori in cambio di droga, come le decine di telefonini ammucchiati appena fuori, in un angolo del giardino. Ma è la quantità di siringhe usate che spuntano dappertutto a dare la cifra che qui dentro, minorenni o no, c’è un mondo da zoo di Berlino. Due anni fa ci morì un ragazzo, per presunta overdose. Aveva 38 anni, si chiamava Ivan, anche lui “cavallo” dei rom, di quelli che per la dose accettano di vivere da schiavi per le famiglie che spacciano e che intorno al Ferro hanno bisogno di vedette e spacciatori a breve raggio.
«Sì, qualche minorenne è venuto», racconta invece Slim dopo che i carabinieri gli hanno fatto frugare dappertutto a caccia di droga che non esce. «Sì», racconta Slim, «una volta è venuto un gruppetto qua dentro che voleva farsi, c’era una ragazzina, mi hanno minacciato con un grosso palo, che me ne dovevo andare». Ma Slim è ancora là: «Ero sposato, facevo il facchino al mercato di Cepagatti. Per 12 anni. Poi mia moglie è morta, mi sono sconvolto, e mi sono messo nella droga. C’ho una figlia. Ma non la vedo mai».


