Bombarolo, 5 anni per il rogo in tribunale

Condannato per il raid a Chieti, assolto per l’ordigno nella villetta di Cepagatti. Il pm aveva chiesto 12 anni di carcere
PESCARA. Resta smarrito e chiede spiegazioni al suo avvocato, Roberto Di Santo, il “bombarolo” di 58 anni quando a mezzogiorno il presidente del collegio Angelo Zaccagnini legge la sentenza che condanna l’impiantista di Roccamontepiano a cinque anni di reclusione. Una manciata di minuti che segnano il destino di un uomo ritenuto dalla perizia psichiatrica affetto da «disturbo paranoide o delirio cronico» e che, adesso, in seguito alla decisione del tribunale trascorrerà sei mesi in una casa di cura.
«Di Santo, si affidi al suo difensore che è un bravo professionista e ascolti i consigli che le daranno nella casa di cura», ha detto il presidente Zaccagnini rivolgendosi all’imputato, come difficilmente accade, dopo la lettura della sentenza. E Di Santo ha poi lasciato l’aula 1 accompagnato dagli agenti penitenziari, la stessa aula dove durante il processo aveva ammesso di aver incendiato le auto per protestare contro le «ingiustizie» per perdersi, poi, in dichiarazioni spontanee ora presentandosi come Albert Einstein ora chiedendo attenzione ai giudici per le sue «invenzioni capaci di rivoluzionare l’economia».
Il “bombarolo”, come è stato chiamato per aver fabbricato un ordigno piazzato in una villetta a Villanova di Cepagatti è stato condannato per aver incendiato varie macchine ma è stato assolto perché «il fatto non sussiste» proprio per quell’ordigno composto da due bombole di gas. «Una grossolana messa in scena perché l’ordigno era inidoneo a funzionare», aveva detto il suo avvocato Alessandro Dioguardi, nominato d’ufficio il giorno prima della sentenza dopo che Di Santo aveva già cambiato tre avvocati. Il legale, nelle conclusioni dell’arringa, aveva chiesto l’assoluzione per il suo assistito cozzando contro la richiesta del pm Silvia Santoro che, invece, nella sua requisitoria aveva chiesto di condannare Di Santo alla pena di 12 anni. Alla fine, dopo circa quaranta minuti di camera di consiglio, il tribunale ha deciso per i 5 anni di reclusione, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’affidamento in una casa di cura per sei mesi.
«Vigliacchi», ha urlato la sorella dell’impiantista lasciando il tribunale, lei che in varie occasioni era stata citata dal fratello che, come aveva detto in aula, aveva deciso di incendiare le auto anche come gesto dimostrativo nei confronti delle ingiustizie subìte dalla donna.
Termina con una condanna il primo tempo per l’impiantista che, nel gennaio 2013, prima ha realizzato un ordigno e poi si è dato alla fuga incendiando varie auto, tra cui una di fronte al tribunale di Chieti, e seminato videomessaggi per gridare alle ingiustizie fin quando non è stato arrestato dai carabinieri di Pescara.
Il 18 gennaio 2013 Di Santo è stato trovato dai militari nel suo camper, nascosto all’interno di un casolare abbandonato, lungo la provinciale che dalla rotatoria di Villareia porta verso Rosciano. È lì che l’impiantista di 58 anni in fuga dalla notte dell’8 gennaio 2013 aveva passato i dieci giorni della sua latitanza, con una scorta di viveri che gli avrebbe consentito un’autonomia di altre settimane, con un televisione portatile da cui seguiva e registrava tutto ciò che lo riguardava, un gruppo elettrogeno, un pc e materiale informatico tra dvd, chiavette e fotografie.
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